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Paura di guidare: l’amaxofobia

La paura di guidare può configurare un disturbo chiamato amaxofobiaPaura di guidare ? Il sogno di Henry Ford sembra essersi quasi avverato. Ormai gran parte della popolazione occidentale possiede un’automobile e, col passare del tempo, questa diventa sempre più indispensabile, sempre più presente nelle nostre vite. Sopratutto in città trafficate, come i grandi centri Italiani, il tempo passato nelle nostre scatole a quattro ruote aumenta sempre di più. Il rischio di incidenti stradali, le spese per l’acquisto, la manutenzione, l’amministrazione dell’auto, sembrano non essere sufficienti ad allontanarci da quest’oggetto che diventa sempre più raffinato, sempre più sofisticato, sempre più a misura d’uomo. Siamo talmente attaccati a questi marchingegni, che adesso non sono più semplicemente dei mezzi che ci consentono di spostarci con relativa indipendenza da un punto A ad un punto B; diventano Status Symbol, oggetti di tendenza, dimostrazione di stile e buongusto. Molteplici sono i livelli in cui siamo stati influenzati e cambiati da questa invenzione.
Immaginate dunque cosa voglia dire essere impossibilitati ad usarla.


Esiste un disturbo che porta all’evitamento di tutte le situazioni in cui, la persona affetta, potrebbe trovarsi a guidare un’auto o un motoveicolo, questo disturbo è detto amaxofobia. I soggetti affetti provano un fortissimo disagio all’idea di guidare, e, se prevedono di doverlo fare, manifestano una evidente ansia anticipatoria. I sintomi però non sono solo psichici o comportamentali. Troviamo le  manifestazioni somatiche tipiche delle fobie, come aumento del battito cardiaco, dispnea, sudorazione, nei casi più gravi, persino svenimenti o attacchi di panico.

Le manifestazioni sintomatologiche inoltre sembrano variare di intensità in base alla prossimità della situazione ed in base a quanto sia necessario affrontarla. Inoltre, qualora il soggetto si trovasse costretto a guidare, percepirà in maniera più intensa la paura in contesti in cui potrebbe risultare difficoltoso fermare la macchina, ad esempio in prossimità di gallerie, curve, in autostrada ecc…
Nonostante spesso nella storia di queste persone si trovino cause ambientali scatenanti, come incidenti stradali, la gravità di questi non sembra essere correlata con l’insorgere del disturbo; spesso infatti si manifesta anche in seguito a banali tamponamenti e tuttavia provoca conseguenze estremamente invalidanti.
 
Una conseguenza di questo disturbo è la demoralizzazione della persona, che, in genere, più spesso va incontro a situazioni stressanti connesse alla guida, più difficilmente sarà disposta a sopportare l’ansia, il disagio e la vergogna provati.
 
Per combattere le fobie, lo strumento terapeutico d’elezione è la terapia cognitivo comportamentale, nella quale il soggetto viene addestrato da un terapeuta a controllare le sue reazioni ansiose. Questa terapia si rifà alla teoria behaviorista della fobia come risultato di un condizionamento: una reazione adattiva scatenata da un oggetto pericoloso, viene poi generalizzata ad oggetti simili che pericolosi non sono, nel caso specifico le automobili. È vero che guidare a velocità sostenuta, imprudentemente è un comportamento pericoloso, ma non lo è altrettanto il guidare coscienziosamente. L’obiettivo della terapia è quindi scindere la reazione di paura dallo stimolo innocuo. Questo viene fatto grazie all’allestimento di setting terapeutici atti a presentare al paziente lo stimolo pauroso in condizioni controllate.
Si può procedere secondo due modi alternativi: attraverso il Flooding, in cui lo stimolo pauroso viene presentato al soggetto e la somministrazione continua finché la paura non si placa. Oppure attraverso la desensibilizzazione sistematica, decisamente più adatta nella paura di guidare, in cui il soggetto viene inizialmente addestrato al rilassamento e  stila poi una lista di situazioni, che vanno dalla più alla meno paurosa. Esse verranno gradualmente affrontate fino alla completa desensibilizzazione con la supervisione del terapeuta.
Questa procedura può anche essere accompagnata da tecniche di modellamento, nelle quali il paziente osserva un altro soggetto avere a che fare con lo stimolo.
 
Efficace nel trattamento delle fobie si è rivelata anche l’ipnosi che, utile nell’indurre stati di rilassamento profondi, può agire anche attraverso suggestioni post-ipnotiche, cioè istruzioni date al paziente in seduta che verranno eseguite nelle situazioni fobiche e che lo aiuteranno ad affrontare lo stimolo in maniera più sicura.
Nei casi più gravi, attraverso la terapia della regressione, l’ipnoterapista fa ritornare la mente del soggetto all’evento scatenante della fobia. Una volta compresa l’origine può essere più semplice eliminare il sintomo.
 
Per le fobie specifiche, in genere, non vengono prescritti farmaci. Solo nelle situazioni in cui la fobia provochi grosse limitazioni si possono temporaneamente prescrivere ansiolitici o alcuni tipi di antidepressivi, che certamente non insegnano ad affrontare in maniera più razionale il problema.
 
Ma cosa succede al nostro cervello quando abbiamo paura di qualcosa?
I ricercatori hanno identificato nel cervello sostanzialmente due vie che veicolano l’informazione di stimoli potenzialmente pericolosi e quindi paurosi: una che va dalle aree deputate alla percezione fino all’amigdala (una tra le aree più filogeneticamente antiche di tutto l’encefalo) ed una seconda, più lenta, che, prima di raggiungere l’amigdala, passa dalle cortecce superiori. In esperimenti condotti con il paradigma del backward masking, si è osservato che l’amigdala si attiva sia in caso di presentazione di stimoli connessi alla fobia del soggetto, che nel caso di stimoli paurosi generici se questi vengono presentati per un tempo tanto breve da impedire che lo stimolo raggiunga la coscienza. In caso di stimoli presentati per tempi lunghi, si è visto che l’amigdala si attiva solo per stimoli connessi alla fobia. Questo dimostra che esiste una funzione di inibizione della risposta paurosa che opera sopprimendo l’attivazione dell’amigdala, e che è localizzata nelle cortecce d’ordine superiore, dove vengono elaborati i processi mentali consci.
 

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Dr. Lorenzo MAGRI

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