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Matematica al femminile

Di Sonia Pasquinelli

Lise Meitner, conosciuta nel suo ambiente come la Marie Curie tedesca, ebrea, fu costretta a rifugiarsi a Stoccolma per fuggire alle persecuzioni razziali. Scoprì la fissione nucleare, ma fu Otto Hahn, suo collaboratore rimasto in Germania, a prendere nel 1944 il Nobel per la scoperta. Nella storia troviamo le tracce di decine e decine di Cenerentole della scienza, messe da parte nei riconoscimenti, che hanno lasciato una traccia silenziosa con le loro scoperte attribuite ad altri.

Una delle più bistrattate è forse Rileva Maric, moglie di Einstein, una donna dall’acuto ingegno e dalla spiccata creatività scientifica, offuscata dalla fama del marito, universalmente riconosciuto come il più grande genio del secolo scorso. Sarebbe stata la giovane donna serba, abilissima nei calcoli, a collaborare con passione alla messa a punto della teoria della relatività, prima di essere lasciata dal celebre marito.

La rivolta delle scienziate si affianca a quelle dei movimenti femministi in ogni altro campo: dai primi anni Settanta, iniziarono ad essere portati avanti i primi “studi di genere” da donne decise a riscrivere la storia delle cultura e della scienza, portando avanti il proprio diritto a partecipare attivamente alla ricerca in ogni ambito della fisica, della chimica, della matematica speculativa, dell’astronomia, decise a introdursi nei polverosi laboratori che avevano avuto preclusi fino a quel momento.

E oggi? Le prime conquiste cominciano ad essere evidenti. L’ex presidente dell’Università di Harvard, Larry Summers, dopo aver violentemente sostenuto quasi due anni fa che le donne non possederebbero i geni adatti ad affrontare efficacemente la ricerca in ambito della fisica, ha dovuto dimettersi ed è stato sostituito una donna. Al Mit si alternano i presidenti, una volta una donna e una volta un uomo. Eppure, nonostante l’indubbia presenza di figure femminili nel panorama scientifico universitario, si tratta ancora di un ambiente misogino. A voler leggere i dati, è evidente come la percentuale delle cattedre affidate a donne staziona intorno al 2%, quando quasi il 40% dei laureati in matematica è costituito da donne. Quale il meccanismo alla base di questa discriminazione? Nella storia, diversi uomini hanno sostenuto  la leggenda di un “gene maschile della matematica”, portando ragioni di tipo biologico a difesa del potere concentrato nelle loro mani. Si tratterebbe allora di motivazioni di carattere psicologico, sociale e soprattutto familiare.  «Le donne hanno paura a competere con i maschi in quello che ritengono essere un ambito tipicamente maschile» spiega Sheila Tobias, autrice del best seller  “Come vincere la paura della matematica”. «Mentre i maschi sentono che la metematica può in qualche modo favorire la loro carriera futura le femmine non credono sarà loro di nessuna utilità, in parte per mancanza di modelli familiari e sociali e in parte per sfiducia nelle proprie capacità.»

Facendo riferimento alla  “teoria dell’attribuzione”, ampiamente utilizzata per descrivere e spiegare fenomeni di psicologia sociale, possiamo notare che i ragazzi considerano i propri successi frutto di una spiccata predisposizione per le materie scientifiche, mentre i propri insuccessi sarebbero causati da scerso impegno. Dall’altro lato, le ragazzine sotto i tredici anni sembrerebbero meno propense a esaltare la propria bravura e più portate ad attrubuire ad una propria incapacità eventuali insuccessi.Inoltre, le ragazze molto brave in matematica tenderebbero a sentirsi escluse, e a riferire di sentirsi considerate  “strane, fredde e secchione”. Un recente studio condotto da diverse equipe di ricercatori dell’Università del Wisconsin a Madison e della California a Berkeley  ha  pronunciato la parola definitiva sull’annosa questione di una possibile predisposizione biologica alla base della presunta e improbabile inferiorità delle donne in matematica. Oltre sette milioni di studenti statunitensi sono stati sottoposti ad un test in base al No Child Left Behind Act, una legge americana che ha lo scopo di incrementare il rendimento scolastico di studenti delle scuole elemementari e medie inferiori. Analizzando le prestazioni degli studenti nel risolvere complicati problemi e quesiti matematici, non sono state rilevate differenze significative nelle prestazioni dei due sessi.

“Semplicemente, non esistono differenze di genere nelle prestazioni matematiche” ha concluso Janet Hyde, docente di psicologia e coordinatrice dello studio pubblicato il mese scorso sulla rivista “Science”. “Genitori e insegnati dovrebbero rivedere le loro convinzioni sull’argomento.”

Link youtube: come le donne reagiscono a confronto con stereotipi che le vedono incapaci di ottenere eccellenti risultati in compiti matematici.   

 

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