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Sindrome da dipendenza ambientale : l’uomo camaleonte

di Sonia Pasquinelli

  L’identità di un uomo consiste nella coerenza di ciò che fa e di ciò che pensa.

C.S. Peirce

Un uomo entra in una farmacia e si comporta come se fosse il farmacista piuttosto che l’avventore. Si comporta come fosse un prete tra i preti, e dottore tra i dottori.

È questa la storia alla base del film “Zelig” di Woody Allen. Il protagonista, un insicuro cronico, per un interiore incoercibile bisogno di sentirsi accettato dagli altri si trasforma in un

camaleonte umano, cambiando personalità, comportamenti, linguaggio e addirittura aspetto a seconda dell’ambiente e delle persone con cui viene a contatto. Nel film, Leonard Zelig viene intervistato da una psichiatra, Eudora Fletcher, che lungamente di sforza per capire quali meccanismi si innescano ogni volta che entra in gioco questo processo di trasformismo.

Questo film, uno dei più apprezzati dalla critica, si propone al pubblico come un finto documentario intelligente e sottile, che ha tutta l’aria di prendere spunto da una storia vera, nonostante in realtà si basi su fatti e personaggi completamente fittizi. Il messaggio che riesce a lanciare è la  profonda critica ad una società moderna in cui il singolo appartente ad una minoranza sia portato a cercare l’identificazione con un gruppo per una spinta al conformismo che permea tutti gli ambienti, anche a costo di manifestazioni patologiche che sfiorino la perdita della propria identità e individualità.

È il personaggio stesso, con un tono tra l’emozionante e il sorprendente, certamente ben studiato, ad affermare quello che diventa il significato profondo e finale dell’intero film: “Si deve essere sé stessi, fare le proprie scelte morali… anche quando richiedono vero coraggio. Altrimenti si è come robot, o lucertole”.

Fino allo scorso anno questa “sindrome” è rimasta una semplice invenzione cinematografica, senza riscontri nella letteratura medica psichiatrica. Eppure, pare che “Leonard Zelig” esista davvero. Giovannina Conchiglia, Gennaro Della Rocca e Dario Grossi, tre psicologi della casa di cura “Villa Camaldoli” di Napoli, hanno pubblicato sulla rivista medica inglese “Neurocase” la storia di A.D., vittima di un arresto cardiaco che tre anni fa ha provocato ipossia cerebrale e conseguenti danni ai lobi frontali. Una patologia strana e insolita è emersa nel suo caso, che va molto al di là dei semplici deficit di comportamento o memoria tipici di casi simili.

Ecco cosa racconta la dottoressa Conchiglia:

 

“In un bar A.D, si è  trasformato in un barman. A chi gli chiedeva come si preparasse un determinato cocktail, ha risposto di essere ancora in prova: «Sono qui da due settimane, spero di avere il posto fisso».
In cucina era un cuoco provetto: «Sono uno chef specializzato in menu per diabetici», ha spiegato senza un’ombra di esitazione, assolutamente immedesimato nella sua nuova identità.
Psicologo fra gli psicologi, cardiologo fra i cardiologi, ha cercato anche di usare un linguaggio appropriato all’occasione. Gli abbiamo fatto delle domande-trabocchetto a cui ha risposto con frasi passe-partout. Al cardiologo che gli ha chiesto a quale patologia corrispondesse una determinata anomalia del battito cardiaco, ha replicato in modo generico, ma più appropriato possibile. Ha detto: la domanda è troppo complessa, dipende da paziente a paziente”.

 

La “Sindrome di Zelig” prende il nome di “Sindrome da dipendenza ambientale” o “Sindrome d’uso”: il paziente è un camaleonte coatto, un trasformista  che imita i gesti del suo interlocutore senza sosta, e si trova obbligato ad usare tutti gli oggetti che si trova davanti.

 

Nel caso di A.D. la malattia sembra essere addirittura più forte della classica forma di questa sindrome, a causa della totale e pervasiva immersione in ciascun contesto che si presenta al soggetto.

 

A.D. perde ogni identità con la stessa immediatezza con cui se ne impossessa, passa da un ruolo all’altro con estrema facilità, e purtroppo con il trascorrere del tempo diventa sempre più sottile il filo rosso della sua personalità che i medici e i familiari si ostinano a trattenere tra le mani.

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