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Marijuana e Sintomi Psicotici

di Mauro Cavarra

L’uso di cannabis nel mondo occidentale è indubbiamente un argomento molto controverso che ha scatenato discussioni accese anche nell’arena politica, discussioni che si incentrano in genere sulla seguente domanda: La cannabis è o non è una droga? C’è stato chi ha tentato di aggirare il quesito definendola una droga leggera, come in effetti è, entro certi limiti di dosaggio, se paragonata ad eroina, cocaina, o ecstasy. Ma siamo sicuri che il giudizio  di leggerezza debba essere un giudizio relativo alle altre droghe? Non dovremmo cercare un criterio più assoluto, certo, scientifico?

Ecco che entrano in gioco la scienza e la ricerca. Si richiede ai professionisti del campo di raccogliere una serie di dati che, sintetizzati, possano dare una risposta alla annosa questione. Molti studi sono stati fatti e molti hanno detto la loro in proposito, talvolta distorcendo i dati  come spesso succede quando la ricerca ha a che fare con la pubblica amministrazione. Un lavoro recente si propone di fare un po’ di chiarezza in proposito.

Murat Yurcel, dell’università di Melbourne, Australia, ed i suoi colleghi, usando tecniche di risonanza ad alta definizione, hanno confrontato i cervelli di 15 uomini che fumavano abitualmente almeno cinque spinelli al giorno e che lo hanno fatto  per più di dieci anni, con cervelli di soggetti non utilizzatori. I risultati mostrano che il volume dell’Ippocampo, coinvolto in compiti di memoria e nella regolazione delle emozioni, era in media più piccolo del 12% negli abusatori. L’amigdala, che regola paura ed aggressività, era più piccola del 7.1%. I punteggi degli abusatori erano inoltre molto più bassi in compiti di memoria a breve ed a lungo termine.

Yurcel riporta che, nonostante i partecipanti avessero un’età media di 39 anni, la loro prestazione sembrava quella di soggetti di 55 – 60 anni, oltre ad essere più predisposti a sintomi di tipo psicotico come paranoia e ritiro sociale. Inoltre, più era piccolo il loro ippocampo, più i sintomi risultavano gravi, pur non avendo nessuno dei partecipanti ricevuto una diagnosi di disturbo psicotico.

La passata ricerca sugli effetti neurologici della cannabis ha prodotto risultati discordanti e spesso in conflitto tra loro, ma, secondo Yurcel, la maggior parte di questi prendevano in considerazione soggetti che facevano moderato uso della droga  avvalendosi di tecniche di neuroimaging meno accurate di quelle nel presente lavoro.

La cannabis è la droga più diffusa del mondo, circa 1 persona su 10 tra quelli che l’hanno provata finiscono per diventarne abusatori. Nonostante un uso moderato sembri non sortire effetti neurotossici, questo lavoro suggerisce che l’abuso prolungato nel tempo potrebbe avere effetti sul cervello che impatterebbero sulla vita della persona.

“Nonostante il confine tra consumatori occasionali ed abusatori sia tutt’altro che netto, è verosimile che i cambiamenti a livello cerebrale siano correlati alla dose di sostanza assunta” sostiene Zerrin Atakan, dell’istituto di Psichiatria di Londra. “Più se ne fa uso, più rischi si corrono.

Ecco un altro tassello aggiunto a questa storia strana e complessa, ma come dare supporto a soggetti dipendenti?

Un approccio interessante ed efficace sembra essere la terapia Rogersiana detta “Client Centered”. Lo psicologo Carl Rogers pensava che per ottenere un cambiamento personale fossero necessari tre “ingredienti”: una considerazione positiva si sé, empatia, e sincerità. Credeva che la presenza di questi tre elementi nella relazione col terapeuta potesse aiutare un soggetto a superare qualunque difficoltà di ordine psicologico, dipendenze comprese. Questo approccio raccolse molto seguito allorché nel 1957 venne condotto uno studio per paragonare tre tipi di terapia contro le dipendenze: la teoria dell’apprendimento a due fattori, la terapia centrata sul cliente, e la terapia psicanalitica. Nonostante si credesse inizialmente che la prima avrebbe avuto i risultati migliori, la terapia Rogersiana dimostrò  di essere notevolmente più efficace.

Dal 1957 ad oggi comunque le terapie si sono evolute, e molto hanno preso dalle teorie cognitive che si svilupperanno dagli anni ’70 in poi. Una delle terapie psicologiche più recenti è stata elaborata da Aaron Beck, uno dei padri della terapia su base cognitiva. Si fonda sull’assunto che soggetti dipendenti da sostanze  possiedano delle credenze, spesso non accessibili alla coscienza, che  portano all’ attenzione gli effetti piacevoli causati dalla sostanza e , di conseguenza, il desiderio di quest’ultima. Una volta verificatosi quanto detto, è più facile che seguano pensieri permissivi, come le notissime “ultime sigarette”, ed infine comportamenti di ricerca della sostanza. Il compito del terapeuta è portare alla luce questi sistemi di credenze, analizzarli col paziente e dimostrare con lui la loro dannosità. Così come in ogni terapia cognitivo – comportamentale, compiti da svolgere a casa ed esercizi comportamentali aiutano a solidificare ciò che viene appreso e discusso durante il trattamento.

Riguardo alla possibilità di una terapia farmacologica contro la dipendenza da cannabis, il dibattito è ancora aperto soprattutto a causa del fatto che l’abuso di questa sostanza sembra causare soltanto la celeberrima “dipendenza psicologica” e non la dipendenza vera e propria come quella causata da abuso di oppiacei vedi eroina. Ma anche in questo caso i confini si fanno sfumati soprattutto in seguito alle recenti scoperte che associano all’abuso di Marijuana una sindrome da ritiro sociale1. Le moderne ricerche di neuroscienze, in particolare in studi che si occupano dello studio dei circuiti di reward (quelli che si attivano in seguito ad esperienze piacevoli e sembrano essere responsabili delle dinamiche di rinforzo), ci spingono a fare i conti con l’hardware della nostra mente: cosa vuol dire “psicologico” quando qualsiasi funzione mentale richiede meccanismi fatti di bruta materia per essere?

1Pharmacotherapy and psychotherapy in cannabis withdrawal and dependence

 

Amine Benyamina, Marie Lecacheux, Lisa Blecha, Michel Reynaud and Michael Lukasiewcz, March 2008, Vol. 8, No. 3, Pages 479-491

 

Testimonianze sull’uso della Cannabis:

 

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