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Bullismo e risposta allo Stress

Gli ormoni del bullismo

di Sonia Pasquinelli
 
 Bullismo, mobbing nell’età evolutiva, violenza tra i banchi di scuola, tra adolescenti “difficili”.
Quante volte sentiamo dibattere a proposito di questi temi?

Il concetto di bullismo, ad oggi, non ha ancora ricevuto una definizione tecnica precisa, nonostante la parola ricorra continuamente sulla bocca di magistrati, sociologi e insegnanti, per indicare quell’insieme di comportamenti violenti, persecutori, spesso immotivati, messi in atto dai giovani a discapito di soggetti solitamente più calmi, deboli e sensibili.

Ragazzo vittima di bullismo

 
I soggetti coinvolti, sia come aggressori che come vittime, sono solitamente bambini o adolescenti tra i 7 e i 17 anni.
 
È facile per ciascuno di noi evocare alla mente una scena simile: un gruppo di studenti che accerchia un ragazzino silenzioso, lo schernisce in un contesto isolato ( nei bagni della scuola, sulla strada di casa), lo intimorisce e il più delle volte lo umilia abusandone con ricatti o picchiandolo ripetutamente.
 
Eppure, uno degli errori più comuni è considerare il bullismo come un fenomeno prettamente legato alla vita scolastica. In realtà, numerose forme di violenza giovanile, dal nonnismo in ambiente militare al teppismo, dal vandalismo alla microcriminalità, sono strettamente legate a questo fenomeno.
 
Gli psicologi calcano l’accento sulla rilevanza psicologica e comportamentale del cosiddetto bullismo “indiretto”. Spesso il dolore psicologico dovuto ad un sentimento di esclusione dal gruppo di coetanei, alla diffusione di pettegolezzi o a insulti continui, per quanto invisibile, diventa logorante al pari di calci, pugni e minacce fisiche. Questo genere di prevaricazione silenziosa è rivolto principalmente dalle ragazze ad altre ragazze.
 
Quasi sempre, ad aumentare la gravità della situazione, è il fatto che l’intera classe tende ad essere coinvolta nel bullismo, attivo o passivo, rivolto verso le vittime ostracizzate dal gruppo, tramite meccanismi di accettazione diffusa, se non addirittura di consenso.
Studi su questo fenomeno iniziarono a partire dai primi anni 70, specialmente in Scandinavia e nei paesi anglosassoni come l’Inghilterra e Australia. Solo nella seconda metà degli anni 90 studi simili furono avviati in Italia.
 
Una ricerca interessante è stata recentemente condotta da ricercatori dell’ Università di Cambridge, con la collaborazione del Wellcome Trust, una società filantropica, fondata nel 1936, che promuove a livello mondiale la ricerca biomedica, storico-medica e la comunicazione scientifica.
 
È risultato che molti comportamenti antisociali sono causati, o quanto meno influenzati e modulati, da spiccati fattori biologici.
Si tratta di una visione che capovolgerebbe radicalmente l’importanza data alla famiglia nel favorire lo sviluppo di una personalità complicata di questo tipo nel bambino.
 
Di che cosa stiamo parlando?
 
Il cortisolo è un ormone prodotto dalle cellule del surrene in risposta all’ormone ipofisario ACTH. Viene spesso definito “ormone dello stress” perché viene prodotto con maggiore abbondanza in condizioni di stress psico-fisico severo, ad esempio dopo esercizi fisici molto intensi o interventi chirurgici, ma anche episodi in cui è necessario parlare davanti a molte persone o affrontare un esame.
Il cortisolo, oltre a svolgere numerose altre funzioni biologiche in condizioni di stress, è anche implicato nella formazione dei ricordi, così che le persone affrontino ogni situazione ricordandone una analoga passata, e imparino a controllare le proprie emozioni e gli impulsi violenti.
 
Ridotti livelli di produzione del cortisolo in risposta ad eventi stressanti sarebbero correlati con comportamenti antisociali negli adolescenti maschi, secondo Graeme Fairchild e Ian Goodyer, direttori della ricerca.
 
Nello svolgimento dello studio sono stati prelevati prima, durante e dopo la sessione sperimentale campioni di saliva di:  a) ragazzi senza problemi di personalità antisociale frequentanti una scuola normale e, b) di ragazzi di centri di accoglienza.
 
Durante la sessione sperimentale i ragazzi di ciascun gruppo venivano sottoposti a situazioni stressanti per generare uno stato di frustrazione.
Mentre a reazioni di questo tipo corrispondeva un aumento dei livelli di cortisolo nei soggetti normali, gli adolescenti “difficili” mantenevano bassi livelli, tanto più bassi quanto più il disturbo da comportamento antisociale era grave nel minore.
 

“Se riusciamo a comprendere con precisione che cosa supporta questa incapacità di mostrare una risposta stressoria normale, possiamo riuscire a progettare nuovi trattamenti per i problemi comportamentali gravi. E potremmo essere anche in grado di agire con interventi mirati preventivi nei confronti di quanti sono a maggior rischio”, ha commentato Fairchild.

Video sulle agghiaccianti conseguenze cui può portare il bullismo

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