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Bambini e adulti nel riconoscimento dei volti

di Sonia Pasquinelli

Il riconoscimento dei volti umani è, ad oggi, uno dei fenomeni complessi studiati in maniera più approfondita.
I bambini sono in grado, già a pochi mesi di vita, non solo di riconoscere volti di cospecifici, ma anche di discriminare tra differenti tipi di visi, persino se si tratta di specie diverse, come ad esempio di scimpanzé. Uno studio condotto dall’Università di Sheffield e pubblicato sulla rivista “Proceedings of the National Academy of Sciences” rivela proprio questo: era sufficiente la somministrazione di volti di scimmie come stimoli visivi (gli autori hanno mostrato ai bambini le fotografie di ben sei macachi), perché i neonati dopo pochi mesi potessero distinguerli da altre facce di scimmie che non avevano mai visto prima.

Questa capacità ha un picco di sviluppo tra il sesto e il nono mese di vita, e dopo sembra diminuire notevolmente, tranne nel caso in cui i bambini non siano stati assiduamente sottoposti alla somministrazione di fotografie di volti.

Sottoposti a una verifica dopo aver compiuto nove mesi, infatti, i neonati del gruppo di controllo, non esposto in precedenza alle immagini, non erano in grado di distinguere l’uno dall’altro i volti delle scimmie. Il gruppo sperimentale, invece, era non soltanto in grado di discriminare fra le facce estratte dal solito set di immagini, ma anche fra un set di nuove scimmie mai viste prima.
Ma come vengono processate le informazioni visive relative ai volti?
Il cervello umano le elabora proprio come le parole, sezionandole in parti e non identificandole come un tutt’uno.
Pur trattandosi di cose completamente diverse, volti e parole vengono riconosciuti secondo gli stessi principi. Si tratta di una scoperta molto recente ad opera di tre neuroscienziati dell’Università di New York, che hanno sovvertito l’ipotesi intuitiva del senso comune secondo la quale i volti siano riconosciuti come un unico elemento mentre le parole e altri oggetti identificati mediante un’analisi minuziosa delle loro parti.
Marialuisa Martelli, Najib Majaj e Dennis Pelli hanno pubblicato sul numero di febbraio della rivista “Journal of Vision” il risultato di alcuni esperimenti, così descritti: “abbiamo chiesto agli osservatori di concentrarsi su un punto nero, a destra del quale c’era una lettera. Alla sinistra c’era invece una parola di tre lettere, con la lettera di mezzo uguale a quella a destra del punto. Altri esperimenti riguardavano invece volti manipolati e caratteristiche del viso: in questo caso, a destra del punto sul quale si concentravano gli osservatori c’erano delle labbra di varia fattezza (spesse, sottili, sorridenti o minacciose) e sulla sinistra una faccia completa. Quando le parole sulla sinistra erano spaziate normalmente e la faccia era di proporzioni normali, i soggetti avevano molte difficoltà a identificare la lettera e le caratteristiche delle labbra al di fuori della propria visione periferica.
Un secondo esperimento, nel quale gli osservatori erano immersi in un contesto che rendeva più facile il riconoscimento, ha confermato che, per riconoscere una parola o un volto, ogni lettera o ogni fattezza del viso deve essere isolata dal resto.”
Dunque proprio come utilizzano le singole lettere per riconoscere le parole, gli individui fanno uso delle caratteristiche facciali per riconoscere i volti.
Questo principio di base è un meccanismo universale comune a tutto il genere umano. Altre dinamiche che guidano il riconoscimento, invece, sono largamente influenzate dalla cultura di appartenenza dell’individuo analizzato. Facendo uso di sofisticate tecniche di analisi che si associano alle nuove tecniche di visualizzazione in vivo dell’attività cerebrale, ricercatori dell’Università di Glasgow hanno scoperto che le differenze culturali si ripercuotono sul modo in cui i visi vengono osservati e analizzati.
“In una serie di studi sui movimenti degli occhi, abbiamo mostrato che l’esperienza sociale ha un impatto sul modo in cui le persone guardano le facce. In particolare, abbiamo rilevato una notevole differenza nei movimenti oculari fra gli osservatori di cultura occidentale e quelli dell’Estremo oriente. Abbiamo riscontrato che gli occidentali tendono a guardare specifiche caratteristiche del volto di un soggetto, come gli occhi e la bocca, mentre gli asiatici orientali tendono a mettere a fuoco il naso o il centro del volto, che permette una visione più generale di tutte le caratteristiche. Una possibile causa di questo fenomeno potrebbe essere che il contatto visivo diretto o eccessivo con gli occhi può essere considerato scortese in quelle culture”, ha affermato Roberto Caldara, direttore dello studio.
Ecco allora da dove possono derivare le incomprensioni nella comunicazione non verbale tra persone appartenenti a culture differenti in un momento storico in cui la globalizzazione rende importantissima, se non necessaria, l’interazione fra persone di nazioni diverse.
Società occidentali e orientali si differenziano per avere le prime una concezione dell’individuo fortemente individualistica e le seconde un’impostazione collettivista: allo stesso modo dunque le società occidentali pensano focalizzandosi sui singoli particolari, quelle orientali lo fanno in modo globale.

È davvero sorprendente la scoperta che l’elaborazione dei volti non avvenga in modo universalmente uguale, ma che l’ambiente esterno ha un’influenza talmente forte sui meccanismi umani che la società in cui cresciamo arriva a determinare addirittura i modi della percezione.

 

O. Pascalis, L. S. Scott, D. J. Kelly, R. W. Shannon, E. Nicholson, M. Coleman, C. A. Nelson, “Plasticity of face processing in infancy”. Proceedings of the National Academy of Sciences (2005)

 

 

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