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Dunning-Kruger effect: ignoranti e inconsapevoli

di Sonia Pasquinelli
 “Una delle cose più dolorose del nostro tempo è che coloro che hanno certezze sono stupidi, mentre quelli con immaginazione e comprensione sono pieni di dubbi e di indecisioni”.
Bertrand Russell
 
dunning-kruger-1Nel campo della psicologia sentiamo spesso parlare di bias cognitivi. Quello che sappiamo è che la mappa mentale di ciascun individuo presenta dei bias laddove è condizionata da concetti precedenti non necessariamente connessi tra loro da legami logici, che causano una distorsione. Il bias, contribuendo alla formazione del giudizio, può influenzare un’ideologia, un atteggiamento, una valutazione, e quindi un comportamento. Almeno in parte, è probabilmente generato dalla componente più ancestrale e istintiva del cervello.  Il Dunning-Kruger Effect e` una di queste distorsioni cognitive. 
 Viene definita come il fatto che “le persone traggono conclusioni errate e fanno scelte sbagliate ma la loro incompetenza li priva della capacità metacognitiva di realizzarlo. Gli incompetenti di conseguenza soffrono di superiorità illusoria, considerando le loro competenze superiori alla media, molto più di quanto non siano in realtà. Per contrasto le persone molto competenti sottovalutano le loro capacita`, e soffrono di inferiorità illusoria. Questo causa una situazione viziosa, in cui le persone incompetenti si considerano molto superiori alle persone veramente competenti. Il fenomeno spiega anche perchè la competenza vera possa indebolire la fiducia in se` stessi, in quanto le persone competenti presumono sbagliando che gli altri abbiano un livello di comprensione e abilità almeno equivalente alle loro. Se ne desume che la distorsione cognitiva degli incompetenti deriva da un errore di valutazione su sè stessi, mentre la distorsione cognitiva dei competenti deriva da un giudizio errato sugli altri”.
Nozioni simili sono state espresse in tempi più o meno remoti da diversi studiosi, basti pensare alla citazione di Charles Darwin: “L’ignoranza genera fiducia più spesso della conoscenza”
Vediamo come si articola lo studio che spiega questo fenomeno.
Dunning, Kruger e colleghi, nell’articolo “Unskilled and unaware of it: How difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments.” partono da tre punti chiave:
1 – il raggiungimento di un risultato soddisfacente dipende dalla conoscenza di regole e strategie da seguire per raggiungere l’obiettivo o risolvere il problema.
2 – le persone differiscono per il grado di abilità e conoscenza nell’applicare le strategie adeguate (hanno cioè diverso grado di abilità nel problem solving). Un basso grado di abilità significa compiere scelte sbagliate e giungere a conclusioni erronee.
3 – le persone che hanno un basso grado di abilità nel selezionare e mettere in atto le giuste strategie sono poco consapevoli (accurate self-assessment) delle loro carenze, e tendono quindi a sovrastimare la propria abilità.
La loro ipotesi è allora che la competenza (skill) alla base dello svolgimento di un compito (attraverso strategie cognitive o comportamentali) sia la stessa alla base della consapevolezza del grado di accuratezza con cui lo stiamo svolgendo.
Metacognition, metamemory, metacomprehension, self-monitoring skills: tutti questi termini delineano la capacità metacognitiva, capacità di capire (essere consapevoli, avere un giudizio accurato) quanto si è bravi nel portare avanti una certa attività concreta o astratta. o quanto invece si è in errore.
L’intera teoria aiuterebbe a spiegare il fenomeno chiamato: “above-average effect”: le persone tendono a sovrastimare le proprie abilità (gli studenti sopravvalutano la propria capacità di leadership, i manager si sentono più abili dei loro colleghi), e questo fenomeno è caratteristico soprattutto delle persone incompetenti.
Negli studi precedenti a quello di cui andremo a parlare, l’incompetenza e il deficit di auto-valutazione erano spesso stati messe in relazione,
ma nessuno aveva misurato e dimostrato con precisione il rapporto tra il grado di incompetenza e l’above-average effect.
 
Dunning e Kruger formulano quattro ipotesi:
1. individui incompetenti (scarse abilità, scarsa capacità di portare a termine il compito) tendono a sovrastimare la propria abilità più di individui competenti (abili)
2. individui incompetenti hanno un deficit nelle abilità metacognitive: non sono bravi a determinare il proprio e altrui grado di competenza
3. individui incompetenti sono meno bravi di quelli competenti nel determinare e capire il proprio livello di competenza attraverso il confronto “sociale” (confronto della propria performance con quella altrui): non sono bravi ad utilizzare le informazioni sulle scelte e le performance altrui per formare un giudizio accurato del proprio livello di abilità
4. gli incompetenti possono aumentare la propria consapevolezza sulla loro scarsa abilità, ma cio’ avviene paradossalmente solo aumentando la propria competenza (le capacità metacognitive crescono insieme, parallelamente, alla capacità di avere una performance sempre migliore)
In quattro studi portati avanti insieme, Dunning e Kruger sottopongono i soggetti ad un compito in cui è importante il grado di conoscenza della materia e l’abilità correlata per il corretto svolgimento del compito. Alla fine, viene chiesto a ciascuno di dare a sè stesso un voto sulla propria abilità, rispondendo alla domanda “quanto sono stato bravo in questo compito? quanto è buona la mia performance?”.
Si analizza quindi se al calare del punteggio della performance realizzata, aumenta:
1. il deficit di autovalutazione, cioè la sovrastima della propria performance
2. il deficit di metacognizione in generale (intesa come capacità non solo di riconoscere i propri errori, ma anche di valutare la competenza degli altri). Questa capacità generale di metacognizione viene misurata in modi diversi nei diversi studi: nello studio 4 si chiedeva ai partecipanti non solo di dare un voto alla propria performance, ma anche di provare a dire in quali item credevano di aver sbagliato risposta. Nello studio 3 si mostravano al soggetto le risposte degli altri e si chiedeva loro di provare a dare un voto alla performance degli altri (non sapendo ancora quali fossero le risposte corrette); infine si chiedeva loro di provare a riassegnare un voto alla propria performance dopo aver visto quella degli altri, ipotizzando (correttamente) che i bravi, dopo un confronto con le performance altrui, sarebbero stati più efficaci, più bravi nel valutare la loro performance; al contrario, nei non-bravi, anche dopo un confronto con la performance altrui, restava scarsa la capacità di autovalutazione.
Il primo studio indagava l’umorismo, abilità prettamente sociale.
Ai soggetti venivano sottoposte alcune barzellette, e si chiedeva loro di valutare quanto facessero ridere. Infine veniva chiesto loro di valutare la propria performance (quanto credevano di essere stati bravi a riconoscere il grado di “umorismo” di ciascuna barzelletta). Quali sono i risultati?
 
Osserviamo nel grafico due effetti interessanti:
– tutti, sia i competenti che gli incompetenti, tendono a sovrastimare la propria performance
– al crescere della competenza (migliore abilità nello svolgimento del compito, miglior risultato), si attenua la differenza tra abilità reale e abilità percepita: cioè, nei bravi la propria capacità viene meno sovrastimata.
 
Nel secondo studio il compito sottoposto ai soggetti era un compito di ragionamento logico.
 Si tratta stavolta di un’abilità cognitiva, più oggettiva dell’umorismo, poiché non è influenzata da condizionamenti culturali. Anche qui rintracciamo gli stessi effetti trovati nello studio 1:
In questo secondo studio, per andare a valutare la capacità metacognitiva di self-assessment, viene chiesto non solo di indicare il proprio livello di abilità, ma anche il numero di item che il soggetto crede di aver sbagliato (perceived test score).
Nel terzo studio il compito è un compito grammaticale. La prima parte del test è identica agli altri due studi, e i risultati finali sono simili. Ma qui nella seconda parte dello studio si vanno a testare le ipotesi 2 e 3, che abbiamo illustrato precedentemente.
Poco tempo dopo il primo test, i soggetti vengono richiamati. Viene fatto vedere a ciascuno il compito svolto da altri cinque partecipanti e si chiede al soggetto di dare un voto alla performance di quei cinque, non sapendo ancora le risposte corrette. L’ipotesi era che più una persona aveva fatto errori nel suo test mostrando scarse competenze, più avrebbe avuto un deficit metacognitivo che l’avrebbe portato ad assegnare voti sbagliati agli altri (ipotesi 2).
Si indagava poi se è vero che all’aumentare del grado di abilità che possiede, il soggetto è sempre più capace di utilizzare il confronto con le performance altrui per aumentare la consapevolezza sul proprio grado di abilità. Dopo aver letto e votato le performance altrui, allora, si chiedeva al soggetto di provare a riassegnare un voto alla propria performance. E come previsto, nei risultati è emerso che dopo il confronto le persone con bassa abilità tendono a non cambiare la propria autovalutazione, quelli con alta abilità a correggere il voto assegnato a sé stessi: in particolare, tenderanno a sottostimare di meno la propria performance (perché se guardiamo il grafico, le persone con alta abilità reale tendono a percepire la propria abilità come più bassa di quanto realmente è, per un fenomeno chiamato false-consensus effect: dal momento che hanno poche informazioni sulle abilità altrui, tendono a dare per scontato che saranno superiori alle loro abilità). Dunque, solo i soggetti che partono già da un buon livello di competenza sono in grado di aumentare la propria auto-consapevolezza attraverso il confronto con la performance altrui.
Il quarto studio è simile ai precedenti: la sua particolarità è però che si andava a testare se fornire ai soggetti incompetenti un training nell’abilità analizzata (anche in questo studio si trattava della skill “ragionamento logico”) permette loro di affinare la capacità metacognitiva, cioè di migliorare la propria capacità di valutare la propria performance e la propria abilità, nonché valutare a quali item hanno risposto correttamente e quali no.
A conclusione di questi quattro studi, gli autori hanno affermato che un deficit di metacognizione è l’elemento che media tra la bassa performance e la sovrastima della propria abilità, perchè:
–         bassi livelli di performance sono associati con la sovrastima della propria abilità
–         bassi livelli di performance sono associati con deficit di metacognizione
–         deficit di metacognizione sono associati con la sovrastima della propria abilità, anche se controllo per il livello di performance (lo tengo costante, analizzo un gruppo di soggetti che hanno lo stesso livello di performance)
 
Si tratta di un innegabile paradosso: il modo migliore per far sì che le persone riconoscano i propri errori e la propria ignoranza è renderli maggiormente competenti nell’area di interesse.
 
Facciamo un paragone medico: l’anosognosia è quella malattia per cui il paziente non è consapevole della propria malattia. Ad esempio, si tratta di soggetti paralizzati che non sanno di esserlo, e attribuiscono l’incapacità di muovere il braccio alla stanchezza.
Allo stesso modo l’incompetenza rende il soggetto incapace di essere consapevole della propria ignoranza.
Gli autori chiariscono i limiti di questi studi, sostenendo di non voler affermare che una persona incompetente è del tutto inconsapevole di esserlo: basti pensare al fatto che chiunque non sappia giocare a basket sa che non potrebbe battere un giocatore professionista.
Inoltre, non è affatto detto che un deficit di metacognizione sia l’unica causa della sovrastima della propria performance e delle proprie abilità: questa dipende anche da fattori motivazionali, deficit di richiamo alla memoria di comportamenti ed esperienze passate, tendenza a ignorare le capacità degli altri ed altre componenti. Infatti, anche persone con alta capacità metacognitiva tendono -seppur in misura minore- a sovrastimare la propria abilità.
 
Inoltre, la relazione è più forte in alcuni campi che in altri: la relazione è valida in campi in cui la conoscenza sull’oggetto di studio aumenta la competenza nel dominio di riferimento (es. conoscere meglio la grammatica e la logica aumenta la propria performance in compiti di grammatica o logica, ma non è così ad esempio nell’arte o dello sport, in cui sono implicate capacità fisiche oltre che cognitive: essere un esperto d’arte o di sport non necessariamente vuol dire essere un bravo pittore o giocatore).
 
Kruger, Justin; Dunning, David: Unskilled and unaware of it: How difficulties in recognizing one’s own incompetence lead to inflated self-assessments.
Journal of Personality and Social Psychology, Vol 77(6), Dec 1999, 1121-1134

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