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Scanner cerebrali e lettura del pensiero

Di Sonia Pasquinelli

Iniziano ad affollare le riviste e le pagine internet articoli allarmisti su quella che, nata come una scoperta sensazionale nel mondo delle neuroscienze, si è ritrovata ad essere trattata come un problema “politico”. Ma andiamo con ordine. Lo scorso 5 marzo un team di ricercatori dell’Università di California, guidato da Jack Gallant, ha pubblicato su Nature un articolo in cui spiega come sia riuscito a costruire uno strumento che altro non fa se non “scannerizzare il cervello”, decodificando l’attività cerebrale del soggetto e stabilendo ciò che egli vede. Una vera e propria “macchina del pensiero”, come quelle dei romanzi di fantascienza.

 

Infinite sarebbero le applicazioni mediche del risultato di questa ricerca: dall’accertamento di effetti nocivi delle droghe sullo stato mentale, alla diagnosi di demenza, alla valutazione delle conseguenze positive e non di interventi sul cervello.

Un’applicazione interessante di cui è lo stesso Gallant a parlare potrebbe essere addiritura lo studio dei sogni attraverso l’attività cerebrale, e il recupero dei ricordi dimenticati.

Ma, come dicevamo all’inizio, in breve tempo sorgono domande che fanno sì che la questione si sposti anche sul piano politico. Che cosa significa pensare? Esiste una parte dei nostri pensieri che non possa essere decifrata semplicemente a partire dall’attività cerebrale? È lecito sperare che gli scienziati si fermino prima di leggere anche le funzioni mentali superiori, invadendo la sfera del personale e del privato? Si fanno strada le ipotesi più angoscianti, fino a quella di interrogatori in cui si cercano “crimini del pensiero”, anche solo immaginati e mai messi in atto: che ne sarebbe allora della privacy, o dei diritti civili?

 

E che dire  della libertà? Dobbiamo temere che un giorno venga trovato dalla macchina di Gallant il modo non più solo di leggere ciò che è “scritto” dalla nostra attività cerebrale, ma anche di scrivere lei per prima i nostri pensieri? Che differenza ci sarebbe, allora, tra noi stessi e le macchine? Questo terrore mette in atto all’interno dell’uomo una strategia difensiva che Gilbert Ryle descriveva con l’espressione “lo spettro nella macchina”: l’uomo cerca cioè di tranquillizzare sè stesso giustificando la propria superiore umanità facendo leva sulla propria “anima”, una spiritualità “in più” rispetto ai processi meccanici cerebrali. Ma che reale valore può avere parlare in termini vaghi di questa presenza spettrale?

Ma siamo sicuri che le paure a cui abbiamo accennato siano davvero lecite? Per indagare ciò abbiamo analizzato passo per passo come è stato condotto  l’esperimento da Gallant e i suoi colleghi.

Sono state sottoposte 1750 immagini diverse a due soggetti sperimentali, da ritratti a immagini di oggetti, da scene romantiche a quelle violente. Durante la somministrazione degli stimoli visivi, lo scanner ha registrato una immensa mole di dati.

È stata poi proposta ai due soggetti una serie di 120 immagini totalmente nuove, e la macchina è riuscita a indovinare, confrontando le attivazioni cerebrali delle due seie di immagini, cosa stessero guardando con una percentuale di successo del 72 per cento in un soggetto, del 92 per cento nell’altro, per ciascuna immagine: se consideriamo che cercando di indovinare a caso la probabilità sarebbe stata dello 0,8%, abbiamo una precisa idea dell’entità dei risultati!

Ma non è forse chiaro uno dei maggiori limiti dell’esperimento? Questo “ha funzionato” in virtù del fatto che i due soggetti si fossero sottoposti alla precedente attività di scansione cerebrale, esercitandosi su un numero finito ma piuttosto vasto e ben delimitato di immagini. Le stesse immagini “nuove” per il soggetto, presentate nella seconda parte dello studio per essere riconosciute, erano non sconosciute alla macchina, che ha dovuto semplicemente riconoscere “quale” tra le immagini fosse quella sottoposta all’attenzione dei soggetti tra le tante di un database pre-istallato. Il punto è che la macchina non è stata chiamata ad un compito creativo di costruzione e interpretazione,ma semplicemente ad un compito di ricostruzione, facilitato dall’atteggiamento docile e collaborativo dei soggetti consenzienti che facevano di tutto per non distrarsi, mentire, guardare con un occhi solo o ad occhi socchiusi l’immagine, o anche solo avere dubbi sul significato dell’immagine.

Sono queste le condizioni di riuscita dell’esperimento. La macchina non potrebbe mai, cioè, indovinare dal nulla cosa una persona veda, senza sottoporla a un test in laboratorio di riconoscimento di immagini. Il laboratorio, l’artificialità delle condizioni, sono un limite non indifferente, e paradossalmente una garanzia per lo meno momentanea di libertà.

Non si tratta infatti di impedire lo sviluppo della ricerca, ma di promuovere a livello di politica ed etica della scienza un ambiente democratico e aperto in cui l’uomo sarà libero di guardarsi intorno, ma anche solo di portare la mente dove vuole o chiudere gli occhi, così che il flusso di immagini che lo attraversa resti solo ed esclusivamente in suo possesso.

“Ma nel giro di 30-50 anni cose del genere saranno a disposizione della scienza e della società”, dice Gallant, come una scommessa. L’uso che ne faremo non dipenderà che dalla nostra volontà.

 

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