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pensieri e emozioni

pensieri emozioniQuando il pensiero diventa emozione.

Gli eventi di ogni giorno impattano su di noi, scatenando le nostre emozioni. Ma è veramente così? Siamo davvero così impotenti di fronte alla nostra emotività?

Marco e Franco sono compagni di banco. Un giorno la maestra assegna ad entrambi una poesia da imparare a memoria. Qualche giorno dopo vengono interrogati entrambi: Marco, sicuro e tranquillo, si guadagna facilmente un ottimo voto tra gli applausi dei compagni; Franco, impaurito, arrossisce, abbozza qualche parola alla rinfusa e –stremato e madido di sudore- torna al posto senza essere riuscito nel compito.

Eppure la situazione è uguale per entrambi: una poesia da imparare a memoria, che viene assegnata allo stesso modo ai due ragazzini; le due reazioni che però scatena sono praticamente opposte: Marco è tranquillo, sicuro e deciso, mentre Franco è impacciato, ansioso ed intimorito. Perchè? La risposta sta proprio in ciò che intercorre tra la situazione (o evento) e la reazione (o emozione).

Nell’essere umano la produzione di una risposta in seguito al presentarsi di un evento è, diversamente a quanto accade per una macchina, mediata dal pensiero, ed è proprio il raziocinio che ci contraddistingue anche dagli altri esseri viventi. Diversamente da quello che molti pensano, il concetto di “pensiero” è tutt’altro che astratto: esso infatti è ben udibile da chi ne è l’autore. Sulla scia di questo ragionamento alcuni psicologi hanno iniziato a definire il pensiero come “linguaggio interiore”, una sorta di vocina che solo noi possiamo sentire. Tale linguaggio è più udibile in alcuni momenti, ad esempio quando ci rimprovera per le nostre negligenze: “se te lo fossi scritto, adesso non te lo saresti dimenticato” o si complimenta con noi per i risultati ottenuti “Così si fa!”.

Ma cosa fa questa vocina? Il “linguaggio interiore” si occupa di commentare gli eventi, elabora una propria visione degli stessi, trasformando quindi l’evento in una esperienza personale ed unica, diversa cioè da quella che un altro individuo potrebbe avere del medesimo evento.

Quando la maestra ha assegnato la poesia, Marco ha pensato: “Caspita, non è facile, però non è un compito impossibile. Alla fine sono sicuro che impegnandomi un po’, riuscirò ad essere pronto ad una eventuale interrogazione… e poi, anche se non dovessi farcela, non sarebbe la fine del mondo.”. Il pensiero di Franco è stato invece: “Mamma mia, ma questa poesia è difficilissima! È praticamente impossibile impararla tutta. Farò una fatica enorme e, se la maestra mi interroga, come minimo incespicherò nelle parole e tutti rideranno di me. Non sarò capace di fare il compito… sarò un disastro!”.

Le reazioni emotive, quindi, non sono scatenate direttamente da un evento: un evento non porta con sé alcuna emozione: è un puro e semplice dato oggettivo. Tale tesi sembrava essere sostenuta già nel I° secolo d.C. da Epitteto, il quale affermava che “Gli uomini sono agitati e turbati non dalle cose, ma dalle opinioni ch’essi hanno delle cose”. È dunque il significato che ognuno di noi attribuisce a un evento a conferirgli una “carica emotiva”, come a dire che se Marco attribuisce alla poesia una valenza di compito “difficile, ma non impossibile” e soprattutto conferendo alla stessa un’importanza relativa e non assoluta “anche se non dovessi farcela, non sarebbe la fine del mondo”, il suo atteggiamento sarà propositivo ed egli stesso si sentirà più sicuro. Franco rilegge invece la poesia come un “compito pressoché impossibile”, un insuccesso dalle dimensioni apocalittiche e, sentendosi emotivamente avvilito, non potrà che produrre una performance non solo insufficiente, ma soprattutto proverà paura e vergogna.

Come visto nei casi di Marco e Franco, il “dialogo interiore” gioca un ruolo fondamentale nella manifestazione delle emozioni, ma come può tale dialogo essere in un caso positivo e nell’altro negativo? E poi: se il dialogo interiore di Franco è negativo, lo è sempre e in tutte le situazioni?

Il “dialogo interiore” non ha, di per sé, una valenza positiva o negativa, come il pensiero stesso non è positivo o negativo. La psicologia, infatti, si discosta ampiamente dalla visione semplicistica (quasi scaramantica) secondo cui il pensiero positivo porti a positività, mentre quello negativo attiri negatività, declinando invece il pensiero in “razionale” e “irrazionale”. Il cosiddetto “pensiero positivo” può infatti essere dannoso quanto quello “negativo” se è del tutto irrazionale: “la poesia non è difficile, anzi è facilissima e mi basterà leggerla una sola volta che, dato il logico susseguirsi dei versi, sarò in grado di ripeterla senza problemi” (il risultato in termini di performance è facilmente prevedibile!).

Il “pensiero irrazionale”, infatti, distorce gli eventi, descrivendoli in maniera irrealistica; talvolta si tratta di pensieri esagerati (“è impossibile”) o assolutistici (“non ce la farò mai”), che portano a reazioni emotive eccessivamente intense (“è la cosa che mi spaventa di più in assoluto”) e prolungate; molto più semplicemente non aiuta a raggiungere gli scopi prefissati (il successo scolastico, lavorativo, ecc). Ma da dove nascono questi pensieri disfunzionali?

La maggior parte di queste idee irrazionali viene inculcata inizialmente dai genitori, quando i bambini si trovano nella cosiddetta seconda infanzia. Si tratta quindi di idee che i bambini assimilano dal mondo dei grandi, dei pensieri “preconfezionati” che, con il passare del tempo interiorizzano, facendoli diventare parte integrante della propria filosofia di vita; altrettanto importante è il ruolo che gioca la cultura prevalente della società in cui si vive, ampiamente rappresentata dai mass media.

Ognuno di noi è un po’ Marco e un po’ Franco, il segreto sta nel riuscire, davanti ad un’emozione spiacevole, a risalire a quella vocina interna che l’ha generata; solo così potremo aspirare a essere più Marco e meno Franco.

 

di Gianluca Franciosi 

 

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