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Masturbazione compulsiva e problemi di coppia

masturbazione compulsiva e problemi di coppia: caso clinico

Il paziente è un uomo di 33 anni, rivoltosi ad un Centro Psicosociale dopo esserne venuto a conoscenza tramite internet.

Contatta telefonicamente il Centro e riferisce di avere problemi di masturbazione compulsiva che avrebbero causato difficoltà nella relazione con la propria moglie.

Si presenta prima di Natale. E’ un uomo alto, di corporatura massiccia, dall’espressione giovanile e riservata.

Il padre viene descritto dal paziente come un uomo anaffettivo, che gli ha sempre rimproverato di essere inconcludente ed incapace.

Ha un fratello più grande, ma dice di essere sempre stato lui il preferito della madre, in quanto ha un carattere simile, affabile e simpatico.

Il problema che lo ha condotto a richiedere un colloquio con un professionista è la relazione con la moglie, donna di 32 anni, con cui è legato da 10 anni e si è spostato tre anni fa.

Il paziente dice  di avere iniziato ad avere difficoltà di erezione durante i rapporti sessuali con la moglie e per questo avrebbe cominciato a consultare dei siti su internet. In particolare, la sua preferenza era diretta verso quei siti dedicati a donne mature, in quanto a quell’età, secondo i racconti del paziente, le donne sarebbero più attente alle richieste del partner.

I problemi di masturbazione compulsiva sarebbero diventati così invasivi da compromettere sia la vita relazionale del paziente, che non riesce più ad avere rapporti intimi con la moglie, che la sua vita lavorativa, in cui gli spazi di tempo libero vengono riempiti da frequenti visite ai siti porno.

Il paziente racconta inoltre che la moglie ha interrotto da circa due anni la pillola e che ciò ha compromesso la regolarità del ciclo, per cui è andata in visita dal ginecologo che avrebbe prescritto degli esami anche al paziente, il cui esito tuttavia non ha evidenziato alcuna indicazione di sterilità. Inizia qui ad emergere il tema dell’accondiscendenza, per cui egli asseconda un desiderio della moglie, anche se questo lo sottopone ad un intervento frustrante ed umiliante.

Della moglie dice anche che circa due anni fa ha fatto un importante salto di carriera, ma questo non l’ha mai infastidito in quanto se lei da una parte aveva un lavoro importante e guadagnava bene, lui dall’altra compensava in simpatia.

Intorno all’estate 2009 iniziano le prime defaillance sessuali ed il paziente, dopo che la moglie lo incita a cercare una soluzione, le confessa di andare spesso su internet e di masturbarsi.

Durante le ferie natalizie il paziente rivela alla sua famiglia e a quella della moglie i suoi problemi di masturbazione compulsiva e si separa dalla moglie per andare provvisoriamente a vivere dai suoi genitori. Dice di provare un profondo senso di colpa e di responsabilità per la fine del rapporto con la moglie.

Il paziente racconta poi di aver chiesto alla moglie di incominciare insieme un’analisi di coppia e lei ha rifiutato. Questo porta il terapeuta ad immaginarsi una situazione di disimpegno della moglie, che si ritrae nel momento stesso in cui le viene proposta una soluzione.

Uno degli ultimi episodi narrati dal paziente riguarda uno scambio avvenuto tra lui e la moglie. Il paziente racconta di voler andare dalla moglie a chiederle di poter stare qualche settimana da lei ed alla fine torna dall’incontro avendole consegnato le chiavi di casa.

Osservazioni:

Il paziente pare una persona cordiale, gentile, sorridente, a volte in imbarazzo e con qualche difficoltà a sentirsi inizialmente protagonista della seduta  ( chiede spesso al terapeuta chi sia a dover iniziare a parlare).

Emerge fin da subito il tema della sessualità e ci si chiede se possa esservi un legame con una  celata repressione di aggressività.

Appare vivida l’immagine di un uomo di buon comando, bravo, corretto, con una moglie che lo comanda.

La moglie vorrebbe evolvere nella sua femminilità e diventare mamma.

Lui, se la dovesse accontentare ed inseminare, cadrebbe  vittima di una contraddizione: diventerebbe papà, si assumerebbe responsabilità, marcherebbe  il passaggio dall’adolescenza all’età adulta, ma al contempo assecondandola si riconfermerebbe bambino.

La moglie gli rimanda un messaggio a doppio legame: “voglio che tu diventi uomo, autonomo, capace di scelte tue”, senza considerare che se il paziente rispondesse a tale imperativo si confermerebbe il contrario.

La sua masturbazione compulsiva diretta verso donne mature è la testimonianza di come egli sia ancora incentrato su una dimensione di dipendenza dalla madre, con la quale ha instaurato un rapporto simbiotico ed esclusivo, al quale non è chiamato a partecipare un padre che non ha funzionato come modello di identificazione per uscire dalla triangolazione edipica.

Essa inoltre è un atto aggressivo di spinta all’autonomia, che lo rigetta in una condizione adolescenziale di dipendenza dall’altro. Attraverso la masturbazione egli nega il figlio desiderato alla moglie e questo risulta un agito carico di violenza.

 Il paziente è un passivo-aggressivo e nel momento stesso in cui agisce la propria aggressività ritorna ad essere ancora più dipendente e da ciò ne deriva inoltre un profondo senso di colpa.

Questo confermerebbe la sensazione del terapeuta, che riferisce di aver avvertito un’inibizione sul piano dell’aggressività, che viene apparentemente repressa soprattutto nei confronti della moglie, con cui pare che il paziente non se la prenda mai.

Il lavoro consigliabile con questo tipo di paziente è incentrato sulle sue difese e deve essere orientato a mostrargli come egli sia effettivamente ben controllato, simpatico, gentile e carino. Si deve lavorare sulle modalità comportamentali che il paziente utilizza per reprimere l’aggressività, mostrandogli le sue difese in azione, per poi arrivare a comprendere insieme il perché egli abbia iniziato a ricorrere a tali meccanismi di difesa.

Reich parla di armatura caratteriale per intendere come un paziente possa celare la violenza cresciuta dentro di lui negli anni sotto un’apparenza di gentilezza ed affabilità.

Andare a chiamare il paziente ad una modalità violenta non significa chiedergli di esserlo, ma farlo diventare incoraggiandolo attraverso l’identificazione ed è questo il progetto da portare avanti insieme al terapeuta. Il tutto andrebbe realizzato gradualmente, portando il paziente a livelli crescenti di autoconsapevolezza così da far sì che egli possa riconoscere come dietro ad un’apparente calma e serenità si celi una sottile ostilità verso il mondo che lo circonda.

di Gaia del Torre

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