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infanticidio e figlicidio

Infanticidio e Figlicido

Quando una madre uccide il proprio figlio suscita sicuramente orrore ma anche emozioni diverse, forti legate all’immagine di fragilità del bambino che da lei dipende e che invece in lei trova la morte. Certo notizie del genere colpiscono.  In parte l’effetto è sicuramente dovuto alle modalità che i media hanno di proporre l’argomento.

Pare infatti che l’uccisione dei figli sia fenomeno di oggi. Eppure basta uno sguardo alla letteratura per scoprire che è cosa che accade dalla notte dei tempi. Si potrebbe pensare allora che oggi si verifichi una confusione tra ciò che si conosce e ciò che esiste e accade. L’inghippo starebbe nel fatto che questo fenomeno accadeva già,  solo non compariva sui giornali, non esistevano cioè i mezzi di comunicazione di massa che ne hanno fatto patrimonio di conoscenza comune. Già ma come l’hanno reso di comune conoscenza? Qui sta un altro inghippo, perché a leggere gli articoli sui giornali parrebbe che si tratti di avvenimenti di cui non ci si può dare ragione, che vanno contro natura e che per il loro orrore possono essere relegati solo alla rassicurante casualità della devianza umana. Ma le cose potrebbero non stare esattamente così.  Proviamo intanto a capire di cosa parliamo. Cominciamo con il dire che l’articolo 578 del codice penale categorizza in modo differente l’uccisione del figlio a seconda dell’età del piccolo. Ne derivano tre tipi di delitto: il neonaticidio, l’infanticidio e il figlicidio. Vedremo che dietro alle diverse tipologie stanno anche fenomeni diversi.

Il neonaticidio individua la morte del neonato subito dopo il parto o del feto durante il parto. Contrariamente a quanto ci si possa aspettare, oggigiorno l’infanticidio e il neonaticidio non sono più fenomeni  legati a gravi situazioni di emarginazione, ignoranza e precarietà economica. Sono in vero fenomeni più facilmente riscontrabili con madri di giovane età, non sposate e che presentano fenomeni di negazione della gravidanza.  Alla negazione si associa il fenomeno della razionalizzazione dei sintomi, con il risultato che per queste giovani donne i mutamenti corporei della gravidanza hanno una spiegazione alternativa assolutamente ragionevole. A causa della negazione della gravidanza, spesso per queste giovani madri il parto è talmente inaspettato da non riconoscerlo nei sintomi. È quindi tanto inatteso quanto stupefacente. Capita allora di frequente che queste partoriscano nei bagni perché colte da improvvisi e inspiegabili dolori addominali e che al bambino non vengano prestate le adeguate prime cure, mancando anche tutta l’ideazione e l’investimento affettivo che la madre avrebbe dovuto già aver costruito nella gravidanza. Cioè in quel momento quel bambino partorito nella toilette non ha lo statuto di bambino per la madre, ma di impiccio di cui liberarsi. Immaginate in un normale giorno della vostra vita di donne di andare in bagno pensando di dovervi come sempre scaricare e di partorire un figlio. Come vi sentireste?  Non deve stupire che casi come questi siano passati anche al vaglio di medici, i quali non hanno potuto diagnosticare la gravidanza perché instradati su sintomi incoerenti con la diagnosi. Spesso infatti la diagnosi è accidentale, per esempio nel caso di radiografie per motivi diversi (ad es. alla schiena…). La negazione della gravidanza non è  tanto (quantomeno non solo)  associata a patologia della madre quanto alla presenza di stressor sociali quali religione, rigida etica morale, bigottismo, rigidità dell’ambiente, mancanza di supporti intra ed extra familiari etc, che concorrono a creare in queste giovani donne la paura di essere escluse dal proprio ambiente sociale e a ridurre la loro capacità di pianificare un futuro. Interessante sarebbe capire quale tipo di immagine corporea abbiano le mamme.

L’infanticidio  individua l’uccisione del bambino entro un anno di età.

Il figlicidio invece individua l’uccisione del figlio che ha superato l’anno di età.

Il neonaticidio è quindi caratterizzato dal fatto che il bambino non sia ancora stato investito di quella complessa costellazione affettiva che chiamiamo istinto materno, ma sia considerato un oggetto prodotto del corpo della madre, su cui quindi ella ha piena disponibilità.

Fenomeno ben diverso è il figlicidio. Secondo Merzagora Betsos, se si escludono i casi di uccisione dei figli per vendetta nei confronti del partner e della SPM (Munchausen per procura, illustrata più avanti), si possono descrivere una serie di situazioni tipo lungo un continuum dall’assenza di patologia alla franca patologia.

Si possono allora individuare:

1.       le madri che sono solite maltrattare i figli e che li uccidono in un atto impulsivo: è quest’atto una estrema conseguenza della battered child syndrome (bambini che presentano lesioni interne, tagli, contusioni ustioni, bruciature; che vengono portati in ritardo in  pronto soccorso; per le ferite dei quali i genitori hanno una spiegazione plausibil; bambini che manifestano comportamenti devianti)  e sono madri, queste, spesso caratterizzate da disturbi di personalità, scarsa intelligenza, irritabilità, con famiglie numerose e spesso a loro volta vittime nell’infanzia di violenza.

2.                  madri che uccidono per brutalità (descritte da De Greef) di fronte al pianto del bambino.

3.                 madri passive e negligenti che uccidono i propri figli con il loro agire omissivo. La morte del bambino può derivare dalla mancanza di cure e di attenzioni da parte della madre che vive le esigenze del bambino come qualcosa di strano e di minaccioso. Sono madri spesso con problemi psicotici, che temono la fusione con il bambino e quindi l’annientamento.  I bambini in questi casi muoiono per scarsa alimentazione, per mancato trattamento delle malattie o per incidenti che paiono sfortunate fatalità.

4.                 madri che uccidono i figli non voluti: in questi casi il bambino evoca nella mente della madre il ricordo di momenti particolarmente difficili, piuttosto che solitudine o violenza e le madri hanno spesso personalità impulsive e antisociali e precedenti di abuso di sostanze.

5.                 madri che uccidono il figlio trasformandolo in capro espiatorio di tutte le loro frustrazioni: esse sono convinte che il figlio abbia deformato loro il corpo, che le abbia costrette a vivere dove non vogliono e con  chi non vogliono. Sono madri dalla personalità insicura e con tratti borderline, spesso con vere e proprie malattie mentali con elementi persecutori e paranoidei.

6.                 madri che uccidono i loro figli per motivi di convenienza sociale: fortunatamente oggi sempre più rare, data anche la disponibilità di escamotage anche legali diversi, per esempi l’affidamento al padre in caso di divorzio o il parto in ospedale con l’abbandono del minore.

7.      madri che uccidono i loro figli per motivi ideologici: è il caso di quelle madri che appartengono a sette religiose che vietano le trasfusioni e il ricorso ai medicinali.

8.      madri che hanno subito violenza dalla propria madre: queste spostano la loro aggressività dalla propria madre cattiva al figlio. Sono donne che hanno sperimentato l’inadeguatezza materna, la mancanza di protezione, che per anni hanno vissuto frustrazioni continue e ripetute nella famiglia d’origine, per le quali la violenza è la quotidiana forma di risoluzione dei conflitti: tutto questo ha compromesso in loro la capacità di attivare una qualunque forma di attaccamento nei loro figli.

9.      madri che uccidono nell’ambito di psicopatologie puerperali: si tratta di madri che presentano tre diverse forme di depressione di diversa gravità: maternity blues, depressione post partum e psicosi puerperale.

10.   madri che vogliono uccidersi e che uccidono anche il figlio, madri che uccidono il figlio per non farlo soffrire, madri che uccidono il figlio perché pensano di salvarlo: tutte queste sono madri che presentano gravi problemi di depressione, ma non legata come lo era per le precedenti all’evento del parto. Sono cioè madri alle quali la diagnosi di depressione era stata fatta magari in tempi molto antecedenti la gravidanza, o che presentano depressione psicotica. In questi casi sono molto accentuate le tematiche di inadeguatezza nello svolgere il ruolo materno, di preoccupazioni irrealistiche sulla salute del figlio, rimuginii circa la possibilità di nuocergli. Particolare attenzione è prescritta per madri depresse che presentino ideazione suicidaria.  Queste possono, in preda ad un delirio per il quale sentono di dover sottrarre alla pena della vita anche le altre persone a lei più care,  uccidere il loro bambino prima di suicidarsi, come se il figlio non fosse un’entità autonoma con vissuti diversi dai suoi. Spesso in realtà dietro a questo gesto insistono anche motivi egoistici come la paura di affrontare la morte da sola o il pensare di essere indispensabile alla vita del figlio.

Vediamo ora il caso del complesso di Medea e della sindrome di Munchausen per procura.

Il complesso di Medea è usato a indicare il caso in cui la madre uccide il o i propri figli per vendicarsi dell’abbandono, definitivo o meno, del coniuge e risolvere le derivanti tensioni. I figli diventano strumento per infliggere sofferenza all’altro e per attirarne le sue attenzioni. Si tratta di madri sempre affette da un certo delirio di onnipotenza nei confronti dei figli per il quale così come hanno dato loro la vita, si sentono in diritto di togliergliela, estromettendo definitivamente il padre  in un patologico desiderio di completo possesso.

La sindrome di Munchausen per procura invece individua un disturbo psichiatrico per il quale le madri affette lamentano a carico dei propri figli disturbi o sintomi fittizi, spesso incompatibili con patologie reali. In molti casi esse arrivano a procurare ai propri figli i sintomi somministrando loro sostanze ad hoc. Sono madri che paiono estremamente attente al figlio, fino all’eccesso, ed hanno una qualche conoscenza medica. In realtà queste madri hanno necessità di attenzione che ottengono attraverso il ruolo della madre gentile e affabile, tanto buona cui è capitata la disgrazia della strana malattia del figlio. Spesso la somministrazione di sostanze o le cure mediche stesse si rivelano mortali per i figli.

Certo che tutto quanto esposto fa girare la testa!

Siamo ben lontani dalle notizie delle testate giornalistiche, dalle quali emerge un panorama di orrore per un gesto inspiegabile e imprevedibile. A quanto pare le cose non stanno proprio così. Gli esperti conoscono bene il quadro teorico in cui si colloca l’infanticidio e sono in grado di riconoscere i sintomi prodromici della varie manifestazioni relazionali che potrebbero esitare in drammi irreparabili. Il fatto è che poche di queste costellazioni pericolose capitano agli occhi dell’esperto. E per chi non è esperto è difficile che suoni un campanello d’allarme. Il primo bias cui l’inesperto va incontro è l’idea che dietro a un evento delittuoso del genere stia una madre marcatamente anormale, perché nella madre normale interviene l’istinto materno che rimedia a tutto. Purtroppo anche la franca patologia psichiatrica non è immediatamente riconoscibile a tutti, tanto che spesso pazienti donne schizofreniche o psicotiche o borderline hanno compagni o mariti e relativa prole.  Inoltre, la patologia meno caratterizzata da sintomatologia eclatante e quindi meno spaventosa, quella che per intenderci non è classificata nel pensiero comune come “da ricovero in reparto psichiatrico”, ma gestibile nello studio psicoterapeutico, è davvero di difficile riconoscibilità agli occhi ingenui. Anche qui ovviamente operano vecchi stereotipi il cui interesse in questa sede è davvero marginale. Già ma in pratica? Proviamo a introdurre un concetto.   La relazione di accudimento è una relazione che dipende da un sistema che si innesca quando incontra il suo corrispettivo di attaccamento e quando tutto va bene. Vale a dire quando non intervengono fattori esterni che innescano altri sistemi e quando la donna divenuta madre padroneggia un alfabeto emotivo sufficientemente competente. Altrimenti anche i meccanismi che sottendono la relazione fondamentale di attaccamento/accudimento si inceppano, esattamente come tutti  gli altri meccanismi relazionali. Quindi se pensiamo a quante volte la nostra reciproca comprensione per esempio in un rapporto di coppia si sia rivelata debole al punto da esitare in catastrofiche fini di rapporto, matrimoni o in lunghissime arene legali, allo stesso modo  possiamo ipotizzare che possa succedere nella relazione madre/bambino. Ancora di più, questa relazione può non intessersi affatto tra madre e bambino, per motivi ambientali. L’infanticidio è stato per lungo tempo strumento di controllo demografico, sia in termini di eliminazione degli storpi ( si pensi all’antichissima rupe tarpea, dalla quale venivano gettati i bambini con malformazioni), sia nei termini del contenimento delle nascite o della selezione del sesso. La Cina ne è il più famoso esempio; addirittura agli aborti forzati si associano politiche che incoraggiano l’infaticidio.In conclusione se si cominciasse a pensare che in questa relazione possono più o meno accadere le stesse cose che accadono nella altre relazioni, che questa relazione subisce le influenze culturali e sociali come tutte le altre, che questa relazione di per sé non possiede caratteristiche di protezione speciale in quanto relazione elettiva, ma che è una relazione che per funzionare bene e avere tali caratteristiche di protezione ha bisogno di un adeguato terreno personale e ambientale di sostegno, che questa relazione è caratterizzata dall’ambivalenza tipica delle relazioni affettive e dei sentimenti profondi, allora forse si farebbe molta più attenzione ai segni di sofferenza che spesso essa mostra e questo renderebbe fruibile il sostegno socio-sanitario adeguato.

Si ricorda a questo proposito un dato fondamentale: all’introduzione della legge che ha reso legale l’interruzione di gravidanza la frequenza dell’infanticidio si è ridotta di 10 volte (legge 194 del 22 maggio 1978). I bambini non hanno voce, ma comprendono il mondo a partire dai gesti di chi sta loro intorno. Ma chi sta loro intorno spesso non è pienamente consapevole del significato di quanto sente e dei conseguenti agiti che mette in opera. Spesso chi sta intorno ai bambini non  è consapevole del significato profondo di quel che fa.  Se costoro avessero un vocabolario emotivo tascabile di ciò cui fare più attenzione, forse i bambini avrebbero un fattore di protezione in più.

di Beatrice L.F.Gandini

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