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Realtà Virtuale: i nuovi confini della Psicoterapia

Di Sonia Pasquinelli

 

 

 Se valutiamo l’efficacia di una psicoterapia, ossia il rapporto tra il “costo” della terapia stessa e i benefici a cui essa porta, è evidente come sia davvero vantaggioso l’impiego di tecniche legate alla realtà virtuale. Con “costo” intendiamo non soltanto la spesa economica, o il tempo dedicato alla cura, ma anche l’impegno emotivo del soggetto che ne fa esperienza. I benefici saranno tanto più “validi” quanto più coincideranno con l’obiettivo che ci si era prefissati, e saranno raggiunti in breve tempo. In che modo la realtà virtuale oggi “accelera” questo processo e rende vantaggioso lo scambio costi-benefici nella psicoterapia moderna?

 

 

Principalmente in due modi:



 

Il primo è costituito dalla vera e propria psicoterapia su internet.

 Il dibattito sulla validità di questi nuovi approcci è sempre più acceso, e sembra dura arrivare ad un compromesso tra chi la disprezza e chi la vede invece come una nuova frontiera che possa creare una psicoterapia alla portata di tutti. “Non sono ancora disponibili studi clinici importanti sull’argomento, ma ricerche preliminari suggeriscono che alcuni pazienti possono ottenere ottimi risultati tramite psicoterapie su internet, anche migliori di quelli potenzialmente ottenibili con un rapporto diretto col terapeuta”, spiega Aaron Rochlen, psicologo dell’University of Texas e autore di numerose ricerche sull’argomento.  In effetti, si tratta di un approccio che riesce a garantire prezzi contenuti, anonimato ed estrema comodità. Ma siamo sicuri che l’assistenza sanitaria possa beneficiare dei vantaggi della terapia virtuale senza perdere irrimediabilmente in qualità e serietà?

 

 

Nonostante le critiche, sono in molti i grandi nomi della psicologia a sostenere l’iniziativa. Ad esempio, Martin Seligman dell’University of Pennsylvania, un luminare della psicologia contemporanea, ha inaugurato un servizio di assistenza grazie al quale ogni mese 10.000 utenti ricevono una “newsletter” contenente consigli ed esercizi creati per aiutare il soggetto a recuperare il proprio equilibrio e incrementare autostima e pensieri positivi, il tutto spiegato da un “partner virtuale” che racconta le proprie esperienze personali. Seligman afferma che l’idea di portare avanti il progetto sia nata e sia supportata da deversi studi che mostrano come questo possa aiutare a prevenire la depressione, anche nelle sue forme più gravi. “Confrontando le condizioni di salute di pazienti impegnati quotidianamente in questo tipo di esercizi con quelle di pazienti sottoposti a terapia farmaceutica a base di antidepressivi, sono rimasto sbalordito dai risultati: i primi erano in condizioni clamorosamente migliori (8 per cento di pazienti depressi contro 64 per cento)”, sostiene Seligman.

 

 

Dei veri risultati sarebbero tuttavia ancora da dimostrare: i principali detrattori di questo tipo di terapia pongono l’accento sul mancato rapporto personale con il paziente. “L’igiene personale, il modo di vestire, il modo di porsi sono tutti particolari di un paziente che non possono essere valutati con un rapporto via web”, spiega Lisa Cohen, psicologa clinica del Beth Israel Medical Center di New York.

 

 

Un secondo impiego del virtuale nella psicoterapia è molto recente ma già moderatamente diffuso, e riguarda pazienti ricoverati per problemi di abuso di sostanze stupefacenti o alcool. Lo studio che ha dato il via ad un intero filone di ricerca è stato condotto dal professor Patrick Bordnick dell’università di Huston. Si è trattato di mettere i pazienti di fronte a situazioni che sembrassero tanto reali da farli immedesimare più di quanto non sia possibile fare durante le normali sedute di terapia psicologica.
la ricerca è stata condotta su un campione di circa quaranta alcolisti, che non avevano mai ricevuto un trattamento di disintossicazione. Ciascuno di loro ha indossato un casco capace di proiettarli in una realtà virtuale, ed è stato guidato attraverso diciotto minuti di filmati che simulavano episodi inerenti l’uso di alcolici.

 

 

“I soggetti, durante la simulazione, interagiscono con quello che viene loro proiettato, usando semplicemente un game pad, che permette di operare delle scelte in base alle domande poste di tanto in tanto nel corso del filmato. Ne risulta che la realtà virtuale fornisce delle situazioni tanto reali da riuscire ad intensificare il desiderio dell’alcol. Gli scenari utilizzati nei filmati e nelle dimostrazioni sono ricchi di dettagli allo scopo di ricreare un ambiente quanto più reale possibile: locali con gente che fuma e beve, passanti che non interagiscono direttamente con le situazioni che vengono proposte, ma che hanno solo lo scopo di fare da diversivo, negozi di sigarette o di alcolici e così via. Al posto di utilizzare comuni personaggi renderizzati al computer, vengono utilizzati degli attori in carne ed ossa e, per finire, viene addirittura spruzzato, nella stanza, del profumo relativo a persone, posti e cose che vengono visualizzati nell’ambiente virtuale.”

 

 

Quali sono concretamente i vantaggi di questa tecnica? Essa consente di superare i classici limiti di delle tecniche immaginative e di realizzare una terapia “in vivo” nello stesso ambulatorio clinico, e sembra ottenere buoni risultati nelle sue applicazioni a livello di diverse psicopatologie. Il valore euristico dei risultati dell studio è infatti di ampia portata: gli studiosi sperano di estendere la logica di questo esperimento alla cura di fobie e ansia sociale, nonché  a tutti quei disagi che si inseriscono in situazioni di vita pubblica come il parlare davanti a molte persone, o il prendere mezzi pubblici. Si pensa anche di applicare, in futuro, questa tecnica all’insegnamento di norme sociali e comportamenti di vario tipo, ad esempio attraversare la strada, a bambini autistici.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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