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Parlare della morte ai bambini


Di Sonia Pasquinelli

Tutti i bambini devono – presto o tardi – confrontarsi con la morte.
È difficile riuscire ad arrivare all’età adolescenziale senza essere mai stati messi davanti alla fine della vita di un anziano parente, di un conoscente o anche solo di un animaletto domestico.
Poiché si tratta di un’esperienza che può verificarsi all’improvviso, diventa importante per i genitori sapere come affrontare quella che per un bambino è la prima irreparabile rottura con il mondo ovattato della prima infanzia, in cui la sicurezza familiare appare come un muro incrollabile, una protezione consolidata e incondizionata.

Un adulto non sempre è in grado di interpretare le emozioni, i comportamenti, le reazioni quasi invisibili di un bambino, nonché di giudicarne la maturità per capire se e come affrontare l’argomento apertamente in un dialogo che non aumenti la sofferenza e l’incertezza, ma sia una fonte di sostegno che lo aiuti a superare per la prima volta una simile prova.
Eppure, ogni bambino avrebbe bisogno di comprendere la vita e la morte, i confini della prima e l’imprescindibilità della seconda. Di certo le immagini di morte viste alla televisione, al cinema, o anche solo le terribili notizie annunciate da giornali e radio non aiutano a promuovere un’idea di serenità associata al concetto di morte.

Oggi si pensa alla morte sempre come un fenomeno specificamente legato alla vecchiaia, grazie all’avanzamento della scienza medica e alle condizioni di vita senza dubbio più salubri del passato.

Inoltre, sempre più spesso strutture specializzate accompagnano nel percorso della fine della vita gli anziani: parliamo di ospizi, ospedali, case di cura private, così che la morte è sempre meno affrontata direttamente, sempre meno familiare. Ecco allora che sono i media a fornire il contatto con le prime esperienze di morte e, solo marginalmente, i cimiteri e le chiese, o i discorsi degli adulti, molto spesso criptici, quasi “in codice”.

 

Tutti i bambini si trovano prima o poi a confronto con il concetto di morte

 

Un dato interessante arriva da una ricerca svedese: “Nel 2004 la pedagogista Margit Franz ha calcolato che un giovane tedesco, quando raggiunge la maggiore età, ha già assistito mediamente a 18.000 decessi – reali o fittizi – nei diversi media. Nel 1996 il teologo e psicologo Karl-Heinz Menzen, dell’Università Cattolica di Friburgo aveva stimato che il quattordicenne medio avesse già visto sullo schermo 15.000 omicidi. Dato che i bambini spesso considerano totalmente reali le immagini presentate dai media, il 40 per cento dei bambini tra i sei e i dieci anni sarebbe convinto che le persone muoiono sempre a causa di un assassinio, altrimenti continuano a vivere.”

Un libro molto delicato che affronta il tema della morte con parole comprensibili per i più piccoli è “L’anatra, la morte e il tulipano” di Wolf Erlbruch, uno dei maggiori illustratori europei contemporanei.
Pur prefiggendosi un obiettivo duro da raggiungere, l’albo risulta, a detta della critica, un piccolo gioiello: sobrio, ricco di illustrazioni dai colori tenui e i tratti essenziali, tenta di rispondere alle domande sulla vita e sulla fine di essa.
E le risposte che la morte fornisce alla perplessa anatra sono di una semplicità disarmante, inaccettabile per i “grandi”  ma di impressionante verità.
“Siccome si vive si muore, la morte è parte stessa della vita.”

E cosa succede a chi muore?  “La verita è che non lo sa nessuno”  risponde la morte stessa davanti alle ipotesi della piccola protagonista, che avanza poi un’idea filosofica di grande spessore: “Ecco come sarà quando morirò. Lo stagno: tutto solo. Senza di me”.
Ecco che il mondo sopravvive alla fine di una vita, sopravvive alla piccola anatra adagiata nel fiume con un tulipano sul petto, in una scena davvero commovente.

Per promuovere il discorso della morte ad un livello accessibile ai più piccoli è stato istituito da Giorgio Di Mola (Vice Direttore Scientifico della Fondazione Floriani) e da Marcello Tamburini (Direttore della Divisione di Psicologia dell´Istituto Nazionale Tumori di Milano) un gruppo di lavoro e studio denominato Pamoba (ossia `Parliamo della Morte ai Bambini’ ) che si propone come obiettivo quello di rendere la morte “dicibile”.
Collaborando con scuole materne ed elementari, esaminando testimonianze ed esiti di indagini sociologiche, si cercano risposte a quegli interrogativi che spesso i genitori pongono a sé stessi ma anche a insegnanti, psicologi e operatori sociali, ossia a quelle figure con competenze pedagogiche da cui ci si aspetta sostegno.

È negativo o positivo parlare di morte ad un bambino? Quali parole è bene usare? Quanto aspettarsi che un bimbo possa provare angoscia,o impressionarsi, in situazioni in cui si trovi a contatto con esperienze di morte? Quali sono i segnali che i bambini ci offrono per comunicare la propria sofferenza, ma anche solo una generica paura della morte?

A detta degli esperti, una reazione genitoriale negativa sarebbe quella di comportarsi e parlare facendo finta che la morte non esista.
Inoltre, nella psicologia del bambino risulta sempre molto importante il modo in cui viene affrontato l’argomento.

La nostra cultura popolare affronta con fiabe più o meno esplicite questo tema, segno che di morte ai bambini si parla più di quanto ingenuamente pensiamo. E la fiaba è uno dei mezzi più sani con cui introdurre l’argomento delicatamente, rispondendo ai primi interrogativi.

Questo di certo non significa che il bambino sarà più preparato ad affrontare l’angoscia di una separazione, specialmente se  improvvisa, ma può essere un modo, scrivono gli esperti del gruppo Pamoba, di insegnare ad “elaborare la morte come un elemento della vita umana e di imparare dai bambini la capacità di affrontare con poche o nessuna ansia il problema”.

 

Come parlare ai bambini della morte: i consigli dello psicologo (video)

 

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