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La prevenzione nei disturbi di ansia: come intervenire sui giovani

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La prevenzione nei disturbi di ansia: come intervenire sui giovani
 
La prevenzione costituisce un nodo cruciale nella tutela del disturbo mentale, così come in altre aree della medicina. Tuttavia, studi longitudinali con trial di soggetti strutturati sulla prevenzione sono estremamente difficili da realizzare. Questo risulta particolarmente vero nel caso di studi realizzati su una popolazione giovane, nella quale molti cambiamenti avvengono in maniera rapida a causa dello sviluppo, dell’influenza ambientale e sulla quale pare difficile orientare progetti di interventi mirati alla prevenzione del disagio.
Sulla base di queste prime considerazioni, Rapee e coll. hanno condotto uno studio con diversi follow up su suggetti sperimentali dai 4 anni in su. I bambini venivano selezionati in base al punteggio elevato ottenuto al Childhood Temperament Questionnaire e ad un test che misurava il comportamento inibitorio degli impulsi. Il progetto consisteva nell’intervenire con sei sessioni di circa 90 minuti ciascuna condotte da psicologi clinici con gruppi di circa sei genitori ciascuno. Venivano spiegati alcuni aspetti generali sullo sviluppo dell’ansia, alcuni principi circa gli stili genitoriali maggiormente adottati (sottolineando come l’iperprotezione genitoriale costituisse un fattore di rischio per l’ansia tra i bambini), venivano ristrutturati i processi cognitivi dei genitori relativi alle preoccupazioni per i propri figli ( e successivamente anche dei bambini, una volta che crescevano) ed infine veniva illustrata l’importanza dell’applicazione continuativa di tali tecniche, soprattutto durante i periodi ad alto rischio. Nel frattempo, un gruppo di controllo veniva monitorato durante gli stessi periodi di tempo del gruppo sperimentale, con assessments presso l’ospedale ogni 12 mesi.
Il primo risultato significativo è stato relativo al numero e la severità dei disturbi di ansia diagnosticati (tabella1). Il numero totale dei disturbi, così come la loro gravità, tendevano a diminuire in entrambi i gruppi durante gli anni successivi all’inizio dello studio. Inoltre, è emerso dallo studio che i bambini del gruppo di intervento mostravano meno disturbi d’ansia e sintomi di minore gravità durante gli ultimi due follow up rispetto al gruppo di controllo.
 
 
Tabella 1. Numero di Disturbi di Ansia diagnosticati in 3 anni in bambini i cui genitori partecipavano o meno ad un gruppo di intervento.



 
Aspetto singolare dello studio è stato quello di fornire un intervento mirato ai bambini esclusivamente attraverso i genitori, escludendo qualsiasi forma di contatto diretto tra il clinico ed i bambini.
Un’osservazione interessante è stata quella relativa al fatto che gli effetti del trattamento risultavano relativamente modesti dopo un anno di intervento, per consolidarsi poi dopo 2 o 3 anni- l’opposto di quanto avviene abitualmente in studi di follow up. Inoltre, le differenze tra le medie del grado di severità dei disturbi parevano essere per lo più dovute all’esacerbarsi dei sintomi nel gruppo di controllo, invitando quindi a replicare lo studio al fine di trovare risultati generalizzabili. Questo è stato spiegato dall’autore come un possibile segnale di una traiettoria di sviluppo negativa in bambini non trattati.
Un risultato particolarmente interessante dello studio è stato quello che le misure del temperamento di inibizione tendevano a diminuire in entrambi i gruppi durante i follow up, non mostrando tuttavia alcuna forma di interazione significativa alla fine del trattamento, cosa che invece era emersa per quanto riguarda le rilevazioni dell’ansia. Questo appare in linea con anche altri studi condotti recentemente che hanno dimostrato come comportamenti di inibizione agissero come fattori di rischio per lo sviluppo di ansia e/o altri disturbi.
I risultati dello studio di Rapee e coll. hanno illustrato il progresso realizzato negli ultimi dieci anni nell’identificare fattori di rischio relativi all’ansia, quali ad esempio il ridurre l’iperprotettività dei genitori, aiutare i bambini ad adattarsi gradualmente a situazioni ansiogene e condurre interventi appropriati al fine di ridurre i fattori di rischio.
Inoltre risulta chiaro come un temperamento internalizzante rappresenti un fattore di rischio nei confronti di disturbi che possono persistere per tutta la vita; studi epidemiologici hanno dimostrato come adulti mostrino un esordio del disturbo intorno all’età di 14 anni e un disturbo d’ansia in un ragazzo o adolescente risulta a sua volta uno dei fattori di rischio per la depressione maggiore.
L’articolo di Rapee e colleghi rappresenta un inizio promettente di interventi mirati alla prevenzione che possono cambiare l’evoluzione di disturbi iniziati in giovane età[1].

di
Gaia Del Torre
 


[1] Am J Psychiatry 167:1428-1430, December 2010, Early Prevention in Childhood Anxiety Disorders Bruce Cuthbert, PH.D.
 
 

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    Short-term psychodynamic psychotherapy versus treatment as usual for depressive and anxiety disorders: a randomized clinical trial of efficacy. Journal of Nervous and Mental Disease, 2010;198(9):647-52.

     
  • Rossini D, Magri L, Lucca A, Giordani S, Smeraldi E, Zanardi R.

    Does rTMS Hasten the Response to Escitalopram, Sertraline, or Venlafaxine in Patients With Major Depressive Disorder? A Double-Blind, Randomized, Sham-Controlled Trial.

    Journal of Clinical Psychiatry, 2005;66(12):1569-75.

  • Magri L, Rossini D, Zanardi R, Lucca A.

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