Psicologia Clinica e Patologie
Quando lasciarsi
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Ce l’ho fatta: l’ho lasciato. Ma adesso sto peggio di prima.
Sonia è una donna giovane e di bell’aspetto. Ha conosciuto il suo attuale marito quando ancora era minorenne e lui le era sembrato fin da subito il principe azzurro che tanto si descrive nelle favole. Era uscita di casa compiuti i 18 anni e si erano sposati.
Sonia era una persona allegra, vivace, solare, ma dopo i primi anni di matrimonio le cose sono cambiate. Il principe azzurro che aveva sposato era sempre fuori per lavoro e quando aveva un momento libero reclamava “i suoi spazi” che riempiva di hobbies e di uscite con gli amici.
Sonia si sentiva tremendamente sola. Un giorno chiese al suo principe perché preferisse starsene fuori, lasciandola sempre da sola e lui le rispose, ma con uno schiaffo.
Quello fu il primo di una lunga serie che aumentava con il passare del tempo e Sonia, sempre più sola, evitava di uscire per non dover continuamente inventare scuse –le solite- che giustificassero quei segni, quei lividi.
Sonia però sa, in cuor suo, che questo non è quanto si merita, che ha il diritto di essere felice. E che quell’uomo non è in grado di darle
“Ce l’ho fatta, l’ho lasciato”, dice con un’apparente soddisfazione, “Ma adesso sto peggio di prima!”.
Adesso è vero, non ci sono più le botte, e gli insulti sono solo via telefono e quindi possono essere interrotti riagganciando, però Sonia è comunque triste, e soffre.
A volte ha anche il pensiero di tornare sui suoi passi: ha quasi la tentazione di chiamarlo, di chiedergli “scusa”, di subire in silenzio una serata di insulti e percosse: quasi si rivede, riversa sul tappeto, in posizione fetale, ad incassare pugni e calci.
Perché sarebbe disposta a tutto ciò?
Forse la risposta sta nell’abitudine: per anni quella è stata l’unica vita che Sonia ha conosciuto e, anche se violenta e mortificante, le ha sempre dato una certa stabilità. In fondo Sonia riusciva a prevedere quelle che sarebbero state le reazioni di suo marito, aveva capito che la posizione fetale era quella che le avrebbe protetto gli organi interni e che “Sono caduta dalle scale” era una scusa non più credibile.
La separazione –paradossalmente- ha reso Sonia indifesa davanti all’ignoto, pur avendo fatto di lei una donna libera: così si sente Sonia.
Il concetto di “abitudine” è tuttavia riduttivo. La questione è che Sonia ha passato la sua giovane vita con una persona che –non sempre implicitamente- le imponeva un’identità non sua, costringendo quindi la “vera” Sonia ad annullarsi, per incarnare questo personaggio che il suo Principe Azzurro aveva disegnato per lei. Come un’attrice che a lungo interpreta e reinterpreta lo stesso personaggio, labile diviene il confine tra finzione e realtà, così Sonia si è sempre più convinta che il suo non era compiacimento, ma quella era la sua vera identità: sottomessa, fragile, inutile, dipendente.
La richiesta di separazione è però un’azione che la Sonia-come-disegnata-dal-Principe-Azzurro non avrebbe mai e poi mai compiuto, un’azione che sul momento dà una sensazione di trionfo, quasi avesse potuto pensare: “Ma io non sono così!”, la presa di consapevolezza che quella era un’identità posticcia e fasulla. Lo smarrimento di Sonia però non deriva dal fatto che si è resa conto di non essere “quell’identità”, ma dal non riuscire a comprendere quale sia la sua vera identità: chi è
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