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Manie di Persecuzione: un caso clinico

Manie di Persecuzione: l'idea dell'esistenza di un mondo avverso

News - Psicologia Clinica e Patologie

Manie di persecuzione

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Il deliro di persecuzione, spesso indicato impropriamente come mania di persecuzione, è un delirio in cui il soggetto ritiene che tutto e tutti siano contro di lui, che tutto sia fatto e detto per sfavorirlo.

 


"Mi pare sempre assai strano che si abbia questa parola che, in effetti, significa che qualcuno ha la sensazione di essere perseguitato allorché le persone che lo perseguitano non lo ritengono tale. Ma invece non abbiamo una parola per la condizione in cui si perseguita qualcuno senza rendercene conto, condizione che avrei ritenuto seria quanto l'altra e certamente non meno comune”. (R.D.LAING)



Nel delirio di persecuzione, la persona ha un costrutto delirante nel quale si sente al centro di un complotto e ci possono essere una serie di segnali di questo complotto in atto che la persona pensa di cogliere.

Può oscillare da un delirio lucido, sistematizzato, ad un delirio meno sistematizzato, più bizzarro: dalla semplice sensazione di un qualcosa che sta avvenendo fino ad una paranoia dove il delirio ha una sua logica, ma la premessa manca del confronto con il dato di realtà, che è la caratteristica principale del delirio.

La persona, cioè, si forma, in un primo momento, un giudizio che non confronta con la realtà, poi, si forma il delirio e continua a non esserci un confronto con la realtà, ma questo non significa che il delirio in sé non abbia una sua logica.

Il termine Delirio deriva dal latino lira (= solco) e assume il significato di “Uscir dalla via della ragione, Vaneggiare, Farneticare”.

Il delirio non è una patologia in sé e per sé, ma è un sintomo che può presentarsi con diversi livelli di gravità e avere molteplici cause.

Si tratta di portare avanti un processo di pensiero che parte da presupposti errati, ma conserva a volte una logica interna adeguata, e conduce chi ne soffre all'incomprensione e all'isolamento sociale.

 

Ad esempio, un delirio di persecuzione può essere il sintomo di diverse forme di psicosi, tra cui la schizofrenia, e di episodi di alterazione dell’umore in senso maniacale.

In alcuni casi, che possiamo considerare meno gravi, il delirio persecutorio è circoscritto, si focalizza su uno o due oggetti e la sensazione di sentirsi perseguitati non arriva ad estendersi a tutto e a tutti.

Anche alcune droghe, specialmente le metamfetamine,  possono determinare l’insorgenza di deliri e allucinazioni. Le convinzioni paranoiche di tipo psicotico possono presentarsi accompagnate da allucinazioni e sono chiaramente più  irrealistiche di quelle caratterizzanti il Disturbo Paranoide di Personalità, in cui sono presenti una diffidenza e sospettosità pervasive, ma non veri e propri deliri.

Spesso, in questi casi, si può parlare di ideazione dominante o prevalente, ovvero di una situazione in cui un pensiero “fisso” di intensa coloritura emotiva, diventa cosi invasivo e fastidioso da occupare una gran parte della vita mentale del soggetto. Rispetto al caso del delirio propriamente detto, però, esso risulta in buona misura comprensibile alla luce del vissuto del paziente.

Simili caratteristiche di pensiero possono riscontrarsi anche in situazioni comuni, come la separazione da un partner, se per molto tempo dopo la fine della storia si rimane completamente ed eccessivamente focalizzati sul proprio ex partner.

 

Tutte queste forme di pensiero, anziché come deliri o idee dominanti,  possono essere denominate MANIE in un linguaggio colloquiale. In questi casi può essere utile ed è senz’altro consigliato valutare la situazione insieme ad uno specialista della salute mentale.

 

L'ambiente in cui il soggetto è cresciuto e vive deve essere esaminato prima di diagnosticare la presenza di un delirio. Ambienti culturali diversi hanno convinzioni condivise proprie di ciascun contesto. Il contenuto dei deliri varia nelle differenti culture anche sulla base dalle diverse fedi religiose.

 

“Oggi gli studiosi tendono sempre più ad escludere che il delirio possa ridursi ad una semplice quanto banale “convinzione errata”, più o meno stravagante e impermeabile alle critiche. E sempre più si tende a considerarlo invece come un’esperienza umana che racchiude comunque in sé un senso, rappresentato, fondamentalmente, dal tentativo di costruire una nuova “visione”, o “progetto”, di mondo. Certo, si tratta di visioni e progetti inusuali, lontani dalle comuni vie della logica, dell’affettività, del buon senso. Ma non per questo destituiti di una loro intrinseca ragion d’essere”. (in “L’esperienza del delirio”, Salvetti F. – Psicologia contemporanea, 2001)

IL CASO DI FABIO

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Fabio (il nome è di fantasia) è un ragazzo di 21 anni che si è allontanato dal gruppo di coetanei, e il cui isolamento preoccupa un po’ i genitori, che vorrebbero portarlo da uno psicologo, anche a fronte di altri segni di disturbo psicologico: frequenti abbuffate, scatti d’ira, aggressività fisica e verbale.

Ha una buona intelligenza, a giudicare dai voti universitari e secondo il parere dei coetanei, ma evidenti problemi legati ad aspetti emotivo - affettivi.

Cosa è successo a Fabio, che è sempre stato un ragazzo sereno, socievole e positivo?

La causa dei suoi problemi è da rintracciare nell'insorgenza di una convinzione delirante di tipo persecutorio. La comparsa del delirio consiste nella progressiva trasformazione di alcune idee in una radicata e rigida convinzione basata su “prove”, non valide agli occhi dell’osservatore esterno,  che gradualmente si accumulano e si organizzano nella mente del soggetto.

Fabio accetta di frequentare colloqui settimanali con uno psichiatra, poiché è lui stesso a soffrire dell’isolamento dai coetanei che gli rende difficile il raggiungimento dell’indipendenza dai genitori.

Vuole cambiare la situazione attuale, è motivato, puntuale e preciso nel rispettare gli appuntamenti, accetta di prendere dei farmaci che calmino l’ansia e l’agitazione che lo affliggono.

Ecco come viene descritto il caso dal suo terapeuta:

“Dopo alcuni colloqui Fabio comincia a riferire di aver capito il motivo di alcuni fatti successi negli ultimi mesi a cui non aveva dato il giusto peso.

Racconta per esempio di aver “compreso” finalmente che alcuni mesi prima era stato tamponato allo scopo di allontanarlo dall'attività lavorativa. In effetti Fabio era stato tamponato quand'era sul suo scooter da un automobilista, che, sceso dalla sua autovettura, si era precipitato su di lui per accertarsi di non avergli procurato gravi danni e sottolineava il fatto che non si era fatto niente.
Fabio allora connette, dopo aver fatto le dovute indagini, che la persona da cui era stato investito era un conoscente di un suo collega di lavoro il quale lo aveva convinto (forse pagandolo) ad inseguirlo  ed investirlo perché non sapeva come fare a liberarsi di lui.

A conferma ulteriore di questa interpretazione Fabio ricorda che il collega in questione era solito abbracciarlo amichevolmente e che sicuramente lo faceva perché non voleva che si sospettasse di lui come mandante dell’incidente.

Lo stesso tipo di convinzione persecutoria è presente nei riguardi del gruppo d'amici del paese nel quale è cresciuto. Riferisce che i ragazzi del gruppo ridevano di lui e agivano nei suoi confronti per divertirsi. Ai messaggi sms dei suoi amici che lo invitavano ad uscire, non rispondeva quasi mai e, quando rispondeva, lo faceva partendo dal presupposto che lo volessero far uscire per deriderlo e, quindi, mandandoli a quel paese.

Un altro comportamento di Fabio legato alle ideazioni deliranti è quello di girare per la città in macchina per lunghi periodi della giornata. Girando per la città si era accorto che incontrava molte pattuglie della polizia anche in vicoli di poca importanza. Viveva un forte conflitto tra il desiderio di denunciare loro i veri responsabili dell'illegalità e la paura che questi potessero vendicarsi e trovare il modo di incolpare lui. In certi momenti pensava che i veri criminali avessero già segnalato il suo nome alla polizia perché lo temevano. Per questo la polizia cominciava a controllare anche lui per poterlo cogliere in flagranza di reato.”

Nonostante il fatto che la relazione terapeutica sembri resistere, in certi momenti il paziente accusa lo psichiatra di “parlare come i suoi genitori, e inizia a dubitare anche di lui.


di Federica Del Po

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"Da quel periodo sapeva che gli sguardi erano come pesi che la buttavano a terra, oppure come baci che le succhiavano le forze; che le rughe che aveva in volto erano state incise dagli aghi degli sguardi ".

Immortalità , Milan Kundera.

 

 

Per ulteriori note sul tema del delirio e possibile consultare la sezione Disturbi Frequenti: I Disturbi Psicotici

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